Il Cineclub Bellinzona riparte con la MYSTERY MOVIE NIGHT

Ripartiamo, finalmente!
Giovedì 30 settembre, alle ore 20:30, diamo ufficialmente inizio alla nuova stagione del nostro Cineclub con la tradizionale ‘Mystery Movie Night‘: la proiezione di un film a sorpresa!

Nessun suggerimento.
Nessun indizio. Niente.
Conoscete i nostri gusti, conoscete la nostra passata programmazione. Fidatevi, sarà una serata bellissima. Vi accoglieremo, nel rispetto delle norme antiCovid vigenti, con un film che amiamo condividere con tutti voi all’inizio di questa nuova avventura che ci rivede nella nostra sala dopo tanti mesi di chiusura.

Sarà bello ritrovarsi al Cineclub.
Sarà bello ritrovarsi al Bellinzona.
Non vediamo l’ora di rivedervi!

MYSTERY MOVIE NIGHT
Giovedì 30 settembre, ore 20:30
Ingresso: €5,00

CINEMA TEATRO BELLINZONA
via Bellinzona 6 – BOLOGNA

Le modalità di acquisto del biglietto e ulteriori informazioni logistiche saranno rese pubbliche a breve.

RIPARTIAMO

RIPARTIAMO

RIPARTIRE [comp. di ri– e partire «dividere»] – 1. Dividere in parti un tutto secondo certi criteri o in vista di un determinato scopo. 2. Partire di nuovo.Ripartiamo, finalmente.

Ripartiamo il nostro amore per il Cinema con voi.
Ripartiamo per voi, dalla nostra sala.

Lo faremo presto, in settembre, con la nostra consueta MYSTERY MOVIE NIGHT, un film a sorpresa per ritrovarci, per ricominciare da dove tutto è stato ‘sospeso’.
Speriamo di potervi rivedere tutti. Ci mancate!

FITZCARRALDO di Werner Herzog

FITZCARRALDO di Werner Herzog

Giovedì 22 ottobre, al Cineclub Bellinzona, torna sul grande schermo FITZCARRALDO, uno dei film più folli mai realizzati, e non potevano che realizzarlo Werner Herzog e Klaus Kinski. Folle in primo luogo perchè ha richiesto per la sua realizzazione uno sforzo immane, esattamente come quello narrato nella storia: due morti, un numero imprecisato di feriti, quattro milioni di euro bruciati nella produzione (per pagare i quali Herzog si dovette impegnare praticamente tutto), tre anni di lavorazione in mezzo alla giungla. In secondo luogo folle perché a causa, o forse per merito, della sregolatezza di Kinski e di una sceneggiatura claudicante risulta un film grottescamente disunito, disomogeneo, ma proprio per questo immensamente affascinante.

giovedì 22 ottobre, ore 20:30
FITZCARRALDO
Germania, Perù | 1982 | 157′
vers. originale, sott. italiano

introduce: Emanuela Marcante [Il Ruggiero]

ingresso: €6,00 [online e intero]/5,00 [ridotto]
Acquista il biglietto: https://bit.ly/3ixQoch

Perù, inizi del ‘900. Il visionario magnate del caucciù Brian Sweeney Fitzgerald (Klaus Kinski) vuole costruire il più grande teatro dell’opera del mondo a Iquitos, al centro dell’Amazzonia. Per far ciò, dovrà conquistare una zona della giungla inarrivabile, dove il caucciù cresce rigoglioso. Pur di riuscire nell’impresa, sarà disposto a issare una nave su un monte.

Il più noto e chiacchierato film di Werner Herzog, la cui lavorazione durò quattro anni e prosciugò le casse del regista, rappresenta probabilmente la summa di tutto il suo cinema. Fitzcarraldo, infatti, mette insieme tutte le ossessioni dell’autore tedesco, dall’atto sublime della creazione artistica all’eterna ambizione dell’uomo di piegare la natura. Nel bene e nel male, però, è un’opera che non riesce a emanciparsi del tutto dalla storia della propria lavorazione, travagliata, leggendaria e raccontata nel documentario Burden of Dreams (1982) di Les Blank e nel libro autobiografico di Werner Herzog, La conquista dell’inutile, diario compilato tra giugno 1979 e novembre 1981, pubblicato a oltre 20 anni dall’uscita del film. Klaus Kinski, nel ruolo della sua vita, domina la scena. Musiche, come in molti film di Herzog, dei Popol Vuh, a cui si aggiungono arie di Bellini, Verdi, Strauss, Puccini, Donizetti, Meyerbeer e Massenet. Inizialmente il protagonista era interpretato da Jason Robards ed era presente un personaggio, poi eliminato dalla versione definitiva, Wilbur, spalla di Fitzcarraldo, interpretato dal leader dei Rolling Stones, Mick Jagger. Premio per la migliore regia al Festival di Cannes. [Longtake]

CINEMA TEATRO BELLINZONA
via Bellinzona, 6 – BOLOGNA
parcheggio gratuito in cortile interno

ALL OUR YESTERDAYS – Sguardi sul cinema britannico

ALL OUR YESTERDAYS – Sguardi sul cinema britannico

ALL OUR YESTERDAYS è il titolo di un libro del 1986 curato da Charles Barr, dove torna spesso l’espressione «continente perduto» o «sommerso», a indicare il cinema ignorato o maltrattato per decenni dalla storiografia ufficiale. Ed è proprio questo il titolo che abbiamo voluto dare alla nostra rassegna sul cinema britannico, presentata ieri durante le proiezioni di due capolavori di Powell e Pressburger. 

Sguardi sul cinema britannico‘, spesso dimenticato; un cinema che vogliamo far tornare a risplendere sul nostro grande schermo; un cinema di una ricchezza immaginaria incredibile, eccentrico, pieno di sense of humor, di varietà di generi nobili e meno nobili, di potenzialità espressive che meritano di essere rivalutate e celebrate!

Grazie alla consulenza artistica di Emanuela Martini e Ivan Cipressi, sarà un viaggio incredibile, potente, bellissimo!

Ecco il trailer della rassegna:

Il programma completo:

SO DOVE VADO e SCALA AL PARADISO di Powell e Pressburger

SO DOVE VADO e SCALA AL PARADISO di Powell e Pressburger

Una donna risoluta spinta verso una remota isola della Scozia (So dove vado), una magnifica scala che si srotola dall’Aldilà verso la Terra (Scala al paradiso). In un bianco e nero o in uno sfavillante Technicolor, questi sono stati alcuni sogni degli Archers, Michael Powell ed Emeric Pressburger, un regista-produttore e uno sceneggiatore che, dalla fine degli anni Trenta all’inizio degli anni Sessanta, colmarono di meraviglie gli schermi e gli occhi degli spettatori.

Il Cineclub Bellinzona torna a omaggiare i due maestri con una maratona straordinaria, giovedì 15 ottobre, a partire dalle 19:30, guidata da EMANUELA MARTINI, critico cinematografico e già direttrice del Torino Film Festival e co-direttrice del Bergamo Film Meeting, curatrice del libro ‘Il cinema di POWELL e PRESSBURGER’ edito da Il Castoro per il 36° TFF.

Giovedì 15 ottobre, ore 19:30
SO DOVE VADO 
(I know where I’m going)
Gran Bretagna | 1945 | 91 minuti
vers. originale restaurata, sott. italiano

TEA TIME nel piazzale antistante al Cinema e al Convento [nel Chiostro in caso di pioggia]

SCALA AL PARADISO
(A Matter of Life and Death)
Gran Bretagna | 1946 | 101 minuti
vers. originale restaurata, sott. italiano


BIGLIETTO UNICO per i due film (online e in cassa): 10€
acquista onlinehttps://bit.ly/3l9lo40

I KNOW WHERE I’M GOING – SO DOVE VADO
Joan Webster (Hiller), venticinque anni, non ha mai avuto esitazioni nella sua vita: e si infuria quando il cattivo tempo le impedisce di raggiungere l’isola di Killoran, nelle Ebridi, dove deve sposare uno stagionato e ricco industriale. Ma la sosta forzata le fa cono- scere l’affabile Torquil (Livesey), tra l’altro signore del luogo: finirà col cambiare i suoi progetti.
Powell e Pressburger fanno risuonare echi imprevisti in un racconto apparentemente lineare e senza pretese: l’amore di Joan e Torquil diventa infatti una favola sulla predestinazione, mentre il paesaggio selvaggio, con tempeste e vortici marini, fornisce uno scenario da passione romantica, in felice contrasto coi toni prevalenti dell’ironia e della leggerezza. Stravagante rispetto all’in- treccio, ma assai divertente, la sequenza onirica all’inizio, dove Joan sogna un paesaggio scozzese le cui colline sono coperte di tessuto – appunto – scozzese. 

SCALA AL PARADISO – A matter of Life and Death
Seconda guerra mondiale. Colpito in volo durante una missione, il pilota della RAF Carter (David Niven) si getta senza paracadute dal proprio aereo. Miracolosamente si risveglia e, ancora traumatizzato dal tragico evento e in preda a strane allucinazioni, si innamora di June (Kim Hunter), radiotelegrafista americana con cui era in contatto prima di schiantarsi. Scoprirà di essere in vita solo per un errore dell’angelo della morte, ma ora l’aldilà lo reclama. Strabiliante per virtuosismi estetici, la pellicola segna un punto fermo nell’uso del colore sul grande schermo, con il mondo terreno filmato in uno sgargiante Technicolor e l’aldilà reso in un etereo bianco e nero. Un distillato di magia cinematografica degno di Méliès, nonché un titolo di culto per Coppola, Scorsese e De Palma, la cui grandezza è stata definitivamente riconosciuta a partire dagli anni ’70.

CINEMA TEATRO BELLINZONA
Via Bellinzona 6 – BOLOGNA
parcheggio gratuito in cortile interno

TONY DRIVER di Ascanio Celestini

TONY DRIVER di Ascanio Celestini

L’opera prima di Ascanio Petrini in concorso alla 34ª Settimana Internazionale della Critica a #Venezia76; la storia del barese Tony Driver, un tassista arrestato in USA per traffico di migranti, arriva al Cineclub Bellinzona di Bologna, giovedì 8 ottobre alle ore 20:30!

TONY DRIVER
di Ascanio Petrini

Italia – Messico | 2019 | 70′

INGRESSO
Biglietto online: €6,00 (a breve il link)
Biglietto in cassa: €6,00 – Ridotto €5,00 [Card Cultura, Studenti Universitari, Soci MetroPolis, AssoDoc, Abbonati Arena del Sole]

Pasquale un giorno decide di cambiare nome e farsi chiamare Tony. Nato a Bari, quartiere Madonnella, a 9 anni, nella metà degli anni Sessanta, migra oltreoceano con la famiglia e cresce da vero americano, tutto hot dog e rockabilly. Non è mai ritornato in Italia, fino a quando, ormai tassista di professione a Yuma, un blitz anti-immigrazione alla frontiera con il Messico lo costringe a scegliere: la galera in Arizona, o la deportazione in Italia per dieci anni. Il reato? Trasporto a bordo del suo taxi di migranti illegali negli Stati Uniti. Tony opta per la deportazione. Rientrato in Italia, col suo sogno americano andato in pezzi, si ritrova completamente solo in quello che definisce “un altro pianeta”, un piccolo Paese immobile senza opportunità. Nello scenario desolante in cui vive ai margini dell’autostrada, Tony indossa ancora il suo cappello da cowboy e non sembra proprio disposto ad arrendersi…

Note di regia: “You can’t teach an old dog a new trick. I’m an old dog but I can learn new tricks.”
Quando Pasquale mi ha detto questa frase mi ha guardato dritto negli occhi. Non ha aggiunto altro. Le rughe sul suo volto mi hanno raccontato il resto della storia. E’ li che per la prima volta, ho visto Tony Driver.
In lui e in quella storia ho trovato un nuovo personaggio nelle corde di Trevis Bickle di Taxi Driver e Willy il Coyote di Road Runner: un antieroe destinato a perdere ma anche a provarci.
Quando ci siamo incontrati, Tony viveva in una grotta sul mar Mediterraneo, nel completo rifiuto di ogni cosa, bloccato tra rocce e acqua. Ho cominciato a filmarlo ma presto mi sono reso conto che i paesaggi profondamente contraddittori della sua storia meritavano una restituzione visiva: doveva essere ambientata qui in Italia ma anche lì, in America, dove non ha mai smesso di immaginare la sua vita. Ed e’ proprio su questa immaginazione che ho costruito la messa in scena del film.

CINEMA TEATRO BELLINZONA
via Bellinzona 6 – BOLOGNA
parcheggio gratuito in cortile interno

EMA di Pablo Larraín al Cineclub Bellinzona

EMA di Pablo Larraín al Cineclub Bellinzona

Seducente, perverso, indimenticabile! Presentato in concorso alla 76ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, EMA di Pablo Larraín (Jackie, Neruda, Il Club) aprirà la programmazione di ottobre del Cineclub Bellinzona di Bologna!

Giovedì 1 ottobre, ore 20:30
EMA di Pablo Larraín

Cile | 2019 | 102′
lingua originale, sott. italiano
trailer: https://youtu.be/MnbLk6HStEM

introduce: Alessandro Dall’Olio [Presidente della Cooperativa dello Spettacolo, TaG, Teatro a Granarolo]


INGRESSO
Biglietto ONLINE (posto assicurato): €6,00 [+ 0,60 di commissione da parte del gestore del sistema di vendita] -> https://bit.ly/333MyTI

Biglietto in CASSA
intero: €6,00 
ridotto: €5,00 [Card Cultura, Studenti Universitari, Soci MetroPolis, AssoDoc, abbonati Arena del Sole]

«Ema è una forza della natura. Ema vive, ama, danza e parla come le pare. Ema vuole una famiglia e allora se ne fa due, tre… quante vuole. Ema crea, distrugge e si prende tutto ciò di cui ha bisogno, anche quando forse non lo sa di cosa ha bisogno. Ema è il fuoco e l’acqua insieme, il sole e la luna, la notte e il giorno. […]

Ema «appartiene a una generazione che balla senza alcuna vergogna» dice il regista. Le danze sensuali per le strade e i tetti di Valparaíso, il sesso senza alcun tipo di restrizione morale o sociale, la percezione sfrenata e libera delle relazioni – e la mancanza di ogni forma di soggezione nei confronti delle istituzioni (scolastiche, sociali, familiari) ne sono la dimostrazione – rendono la protagonista metafora di un’espressione diversa e nuova del sé. Un modo di pensare e agire che mette in discussione non tanto il sistema inteso come sovrastruttura che regola un apparato, quanto l’idea che non esista un margine entro cui definirsi come individui. Alla generazione di Ema – in Cile ma non solo ­– appartiene la consapevolezza di cosa sia il proprio corpo, di come si usa e di cosa farci. E la danza è una forma (ri)appropriazione di un gesto che è connaturato al pensiero, allo sguardo, alla percezione. Persino il fuoco che brucia i simboli della civiltà e del progresso, che consuma l’altro corpo che sta nel film, quello statale, sembra qualcosa che costruisce, edifica, ripara. Un fuoco che anche quando avvolge un monumento (come in Nocturama di Bertrand Bonello, ma al contrario) diventa l’immagine di una nuova idea di futuro secondo la quale i simboli del passato li elimina non perché se ne sente minacciato, ma perché non ne ha più bisogno.» [Lorenzo Rossi, Cineforum]



CINEMA TEATRO BELLINZONA
Via Bellinzona 6 – BOLOGNA
parcheggio gratuito in cortile interno

IL RAGGIO VERDE per festeggiare i 100 anni di Rohmer

IL RAGGIO VERDE per festeggiare i 100 anni di Rohmer

«Il mondo è sempre il mondo, né più confuso né più chiaro. Ciò che cambia è l’arte, è il modo di affrontarlo». [E. Rohmer]

Lo avevamo promesso: celebrare, con un evento ad hoc, i 100 anni di #ÉricRohmer e il suo cinema libero! Giovedì 24 settembre, alle ore 20:30, il Cineclub Bellinzona proietta ‘IL RAGGIO VERDE’!

Giovedì 24 settembre, ore 20:30
IL RAGGIO VERDE (Le rayon vert)
di Éric Rohmer | Francia | 1986 | 90 minuti
lingua originale, sott. italiano
introduzione a cura della prof.ssa Michela Mengoli [Alliance Française Bologna]

Biglietto online (posto assicurato): https://bit.ly/2HiZ0X3
€6,00 [+ 0,60 di commissione da parte del gestore del sistema di vendita]
Biglietto in cassa:
intero: €6,00 | ridotto: €5,00 [Card Cultura, Studenti Universitari e Alliance Française Bologna]

Cos’è esattamente il raggio verde? È l’ultimo sospiro del sole che tramonta sul mare, emesso dalla luce solare mediante il fenomeno ottico della rifrazione, la cui visione, romanticamente, permette di leggere nei propri sentimenti e in quelli altrui. Ma, quel fenomeno naturale, è anche un film, Leone d’Oro alla Mostra di Venezia nel 1986, IL RAGGIO VERDE, che trae diretta ispirazione dall’omonimo romanzo di Jules Verne del 1882. Quinto capitolo del ciclo di sei film diretto da Éric Rohmer – denominato ‘Commedie e Proverbi’ – rivista oggi l’opera cattura la quotidianità in ogni sua diramazione, evitando scientemente di manipolare il film con la bellezza artificiale della finzione.Da lunedì 2 luglio a sabato 4 agosto assistiamo alle peregrinazioni di Delphine, segretaria in un ufficio parigino, che non sa come trascorrere le vacanze estive. Dopo che l’amica con cui aveva programmato la partenza le comunica l’annullamento del progetto la giovane donna passa da una visita al nonno a una psicoterapia di gruppo per poi raggiungere Cherbourg finendo però poi per andarsene cercando di raggiungere la montagna. Ma questa non sarà la sua ultima meta…


CINEMA TEATRO BELLINZONA
Via Bellinzona 6 – BOLOGNA
parcheggio gratuito in cortile interno

MYSTERY MOVIE NIGHT – Il 17 settembre torna il Cineclub Bellinzona

MYSTERY MOVIE NIGHT – Il 17 settembre torna il Cineclub Bellinzona

Ricominciamo. Giovedì 17 settembre.
Ritorniamo in sala. Più forti di prima. Più innamorati di Cinema.
E vogliamo rivedervi tutti, accogliervi tutti, per quanto ci sarà possibile, regalandovi un’altra #MysteryMovieNight, un altro FILM A SORPRESA, a ingresso gratuito!

Nessun suggerimento. Nessun indizio. Niente.
Conoscete, però, i nostri gusti.
Vi abbiamo sempre voluto cinematograficamente bene, in questo periodo più che mai. Fidatevi di noi! 

Sarà bello ritrovarsi al Cineclub, 
sarà bello ritrovarsi al Bellinzona. 
Non vediamo l’ora!Giovedì 17 settembre, ore 20:30
MYSTERY MOVIE NIGHT – #return

CINEMA TEATRO BELLINZONA
VIA BELLINZONA 6 – Bologna

Prenota ONLINE il tuo posto!
Vi chiediamo solo un po’ di pazienza e collaborazione: è tutto nuovo anche per noi!

#stepbystep
• registrati sul portale https://www.2tickets.it
• terminata la procedura ed effettuato l’accesso, clicca sul link dell’evento: https://bit.ly/3hiyauA
• premi ‘Seleziona’
• nella schermata con la pianta dei posti clicca su ‘Seleziona Tariffa’ [il costo è di 0,00€ essendo gratuito l’ingresso]• scegli il posto, poi clicca su ‘Vai al carrello’
• Verrà fuori la scritta ‘PRENOTAZIONE COMPLETATA! Potete completare l’acquisto presso il botteghino’.

Non riceverete una mail con i biglietti: saremo noi, con la lista delle prenotazioni alla mano, all’ingresso, a chiedervi Nome e Cognome e ad accompagnarvi in sala, al posto che avete prenotato.Saranno predisposte due file all’entrata: una per chi ha effettuato la prenotazione e l’altra per chi non ha prenotato online.

Chi ha prenotato il biglietto online deve presentarsi entro e non oltre un quarto d’ora prima della proiezione, altrimenti i posti saranno riassegnati a chi è sprovvisto di prenotazione.

𝐀𝐓𝐓𝐄𝐍𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄: La pianta di vendita sulla piattaforma è sottoposta a distanziamento sociale. È consentito l’acquisto di biglietti in posti consecutivi per i congiunti/conviventi. In caso si debba effettuare l’acquisto di più biglietti per non congiunti/conviventi, vi preghiamo di eseguire una transazione per biglietto. Il sistema inserisce in automatico la distanza dagli altri posti.

Nel rispetto delle norme anti-Covid19 vigenti, confidiamo nel rivedervi tutti il 17 settembre nella nostra Sala, pronti per un’altra meravigliosa stagione piena di buon Cinema!

L’emozione del buio in sala

L’emozione del buio in sala

In questo momento nel quale si assiste a un’accelerazione dei tempi, spinta dal desiderio di riappropriarci della nostra vita precedente, che trova poco riscontro nella realtà oggettiva – il corona virus non è debellato – è opportuno rivolgere un saluto affettuoso a tutte le persone che in questi anni ci hanno accompagnato nella nostra meravigliosa avventura del Cineclub Bellinzona, spiegando la nostra posizione.

Il cinema è un’emozione talmente bella e irripetibile che per noi è possibile solo davanti al grande schermo. Il momento in cui si spengono le luci – buio in sala! – è il momento magico che ci porterà a sognare e ci trasporterà in altri mondi, ci farà vivere altre vite, ci farà piangere, ridere, sorridere, cantare, ci vedrà protagonisti di storie che non avremmo mai immaginato, ci porterà alla mente ricordi dell’infanzia e della giovinezza, ci farà commuovere, insomma ci allargherà il cuore.

In mezzo ad altre persone, tutte animate dal medesimo desiderio di partecipazione ed immedesimazione, siamo però soli e l’unica cosa che esiste per noi è lo schermo dove si susseguono immagini, colori, musica, suoni assemblati in modo tale da rendere unica l’esperienza. Già, l’esperienza, di questo si tratta. Che per noi non è possibile riproporre in altri modi se non nella sala cinematografica. Che è e che resta una formula INSOSTITUIBILE, fermo restando che in tempi di pandemia abbiamo dovuto adattarci ad altri modi di fruire la visione, ma che non potrà mai, appunto, sostituire la SALA.

Per questi motivi riteniamo di non aderire ad alcuna piattaforma che snaturerebbe l’idea che noi abbiamo di Cinema, aspettando con fiducia il momento in cui, con tutte le opportune disposizioni rispettate e con le dovute cautele, potremo finalmente riaprire le porte del nostro CINECLUB BELLINZONA. Ci stiamo già lavorando, le idee non ci mancano e neppure la voglia di riprendere e di riabbracciare idealmente tutti coloro che ci hanno accompagnato dalla primavera del 2013 ad oggi condividendo con noi momenti di grande cinema del passato, promesse del futuro, piccoli film indipendenti, maratone e anche momenti conviviali, i nostri aperitivi nel Chiostro, le caldarroste col vin brûlé, lo spumante e tanta voglia di stare insieme e l’orgoglio di far parte della famiglia degli appassionati di Cinema.

Vi terremo informati sul nostro futuro cinematografico nella speranza di poterci rincontrare presto. E concludiamo con #unaCINEFRASEalgiorno di un film a noi molto caro: EFFETTO NOTTE di François Truffaut.

«I film sono più armoniosi della vita, Alphonse: non ci sono intoppi nei film, non ci sono rallentamenti. I film vanno avanti come treni, capisci? Come i treni nella notte. La gente come te, come me… lo sai bene, siamo fatti per essere felici nel nostro lavoro!»

[Il regista François Truffaut al giovane attore in crisi sentimentale, Jeane-Pierre Léaud in EFFETTO NOTTE (La Nuit américaine) di François Truffaut, 1973]

Vogliatevi cinematograficamente bene, sempre.
Un grande abbraccio a tutti.

Lola, Alessandro, Duccio e p. Romano

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* evento rimandato *LES DEUX AMIS, l’opera prima di Louis Garrel

* evento rimandato *LES DEUX AMIS, l’opera prima di Louis Garrel

L’opera prima di Louis Garrel. Uno stralunato triangolo fra amicizia e amore in una Parigi notturna e malinconica. Lunedì 2 MARZO, alle ore 20:45, DUE AMICI (Les deux amis).

LES DEUX AMIS (Due Amici) di Louis Garrel
Francia | 2015 | 100′
versione originale, sott. italiano

ingresso: €5,50
ridotto: €4,50 | Alliance Française, Card Cultura, Studenti, Soci Coop, AssoDoc, Metro-Polis, Abbonati Arena del Sole

Opera prima di Louis Garrel liberamente ispirata a ‘Les caprices de Marianne’ di Alfred de Musset, è uno studio su precarietà e ineluttabile esclusività dell’amore.

Mona (Golshifteh Farahani) è una giovane donna senza passato e, forse, senza futuro. Di lei non sappiamo da dove viene né cosa ha fatto per meritarsi di vivere in un regime di semilibertà: di giorno serve torte al limone e panini in un bar di Gare du Nord; di notte torna in carcere. Di lei, bellissima e tutta presa dai suoi problemi, si innamora Clément (Vincent Macaigne), un uomo ai margini della società, candido, stralunato e romantico. Ostinatosi, non senza una certa goffaggine, a vincere la ritrosia della sua amata che lo rifiuta e sembra preoccupata solo di non perdere il treno dopo il lavoro, chiede consiglio all’intimo amico e sodale Abel (Louis Garrel), un parcheggiatore con velleità di scrittore e una relazione disimpegnata con una ragazzina che fa ancora il liceo. Questo ultimo spinge l’amico a ‘forzare’ la situazione, impedendo a Mona di prendere il treno che deve riportarla in prigione (ma i due amici questo non lo sanno). Le conseguenze del gesto non riguarderanno solo il destino di lei, ma anche l’amicizia fra i due uomini e un sentimento che somiglia molto all’amore.

«Abel. Sembra essere questo il nome scelto da Louis Garrel per il suo personaggio nei film come regista, per ora due. Del resto il padrino è un tale di nome Jean-Pierre Léaud, che di nom de plume, declinato in variazione cinematografica, se ne intende. Per un azzardo distributivo, arriva nelle sale italiane come seconda la sua opera prima, Due amici. Un film che dimostra il suo debito nei confronti dei grandi autori della nouvelle vague, un triangolo amoroso con al centro, ce lo suggerisce il titolo, più la storia di amicizia che quella d’amore. […]

Ogni mossa nei confronti di lei viene confidata e concordata dai due, come in ogni amicizia vera che si rispetti. Sono due osservatori della varia umanità di una città variegata come Parigi, alle prese con un mestiere eternamente di passaggio, in cui la malinconia è presenza costante, nobilitata però da un’ironia sottile e irresistibile. Di questo va dato merito, ovviamente, a Garrel stesso, agli attori, ma anche ad alcuni collaboratori illustri, come Christophe Honoré, che ha sceneggiato il film insieme al regista, e Philippe Sarde, autore di colonne sonore meravigliose come ‘L’inquilino del terzo piano’, che disegna una partitura musicale in cui i tre protagonisti si muovono a perfezione.

Due amici dimostra la complessità di mantenere in vita un’amicizia così stretta, come fosse una storia d’amore, cercando di superare, anche se è una missione persa in partenza, le piccole e grandi meschinità di ognuno di noi. Garrel si lascia andare a citazioni e omaggi, sempre funzionali, come la scena più bella del film, con i tre sulle barricate come comparse in un film sul maggio parigino del 1968, in un momento di cinema nel cinema esilarante e raffinato. È nato un autore, su questo non ci sono dubbi, come ha confermato il suo film successivo, magari più maturo e sofisticato, ma privo della sincerità irresistibile di questo terzetto di anime perse nella notte parigina.» [Mauro Donzelli, comingsoon.it]

Benché il film, ispirato alla pièce di Alfred de Musset Les caprices de Marianne, possa sembrare un’operetta lieve sul cliché del triangolo amoroso che storicamente ossessiona soprattutto i francesi, è, in verità, uno studio profondo sull’amore (l’amore erotico e l’amore amicale) condotto da una prospettiva rigorosamente maschile. Quello che i due amici, uniti da un legame simbiotico, insieme scoprono non è solo che l’amore non può essere calcolo, ma anche che l’amore non può mai essere triangolare.

C’è un’esclusività crudele in tutti gli amori: quello amicale come quello erotico. La questione che si pone, il dilemma che lacera e rovescia la condizione di quiete precedente all’irruzione della donna, non è mai chi ama o dovrebbe amare lei, ma chi preferisce o dovrebbe preferire lui, se il rapporto di amore (identico nelle dinamiche e nelle meccaniche a quello erotico, pur senza eros) con l’amico o quello con la donna ora scoperta come oggetto di desiderio amoroso. In ogni caso, qualunque scelta si faccia, non vi è spazio per l’elemento dispari. L’amore ha una natura non solo precaria, questo già si sapeva: Louis Garrel ci dice anche, e soprattutto, che l’amore ha una natura ineluttabilmente duale ed escludente senza possibilità di sfumature intermedie. È un dentro o fuori. È un aut aut che non risparmia neanche l’amicizia, e non la colloca in un campionato a parte. [Carolina Iacucci, cinematographe.it]

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Via Bellinzona 6 – BOLOGNA

parcheggio gratuito in cortile interno

SENTIERI SELVAGGI – il capolavoro di John Ford in versione restaurata

SENTIERI SELVAGGI – il capolavoro di John Ford in versione restaurata

Giovedì 20 febbraio, alle ore 20:45, il capolavoro di John Ford, il film che ha segnato in maniera indelebile la storia del cinema western, il punto di non ritorno della classicità hollywoodiana. Basta il titolo: SENTIERI SELVAGGI.

SENTIERI SELVAGGI (The Searchers) di John Ford
Usa/1956 | 119’ | versione originale, sott. italiano

Restauro digitale realizzato da Hollywood Classics.
ingresso: €6,00
introduce: Ivan Cipressi, Libreria di Cinema Teatro Musica

Tre anni dopo la fine della guerra di Secessione, Ethan torna a casa, dove ritrova il fratello, la cognata, le loro due figlie Debbie e Lucy e il figlio adottivo Martin, di origine indiana. Un giorno arriva alla fattoria il reverendo Clayton e convince Ethan e Martin a unirsi a loro per dare la caccia agli indiani che razziano il bestiame. Ma mentre gli uomini sono via, i Comanches attaccano la fattoria, massacrano i genitori e rapiscono le due ragazze. Inizierà una ricerca di anni per riportare a casa almeno la piccola Debbie. Capolavoro western di John Ford. Uno dei film più citati della storia del cinema.

Considerato dall’American Film Institute come il dodicesimo film più bello della storia del cinema, Sentieri Selvaggi – titolo originale The Searchers – è basato sull’omonimo romanzo di Alan Le May, che condusse personalmente ricerche su 64 casi di bambini rapiti dagli indiani. Ambientato in un décor desertico, astratto, che evoca la tragedia antica, il film è ricco di momenti indimenticabili, in cui risuonano i mille significati del mito del West e insieme gli archetipi culturali americani: il rapporto tra la legge e l’etica, la necessità della violenza, la libertà dell’individuo sacrificata alle esigenze della collettività, il confronto tra l’adolescenza e l’età adulta, il viaggio e la scoperta dell’altro, l’orrore della contaminazione sessuale, il rapporto con una natura aperta e selvaggia. Universalmente riconosciuto, oggi, come uno dei massimi capolavori di Ford e del genere western in assoluto, il film suscitò reazioni molto contrastanti all’uscita nei cinema – nel 1956 – ed ebbe fra i suoi detrattori proprio alcuni dei più affezionati fan del vecchio maestro. [Longtake]

Scampoli di mitologia americana in uno dei film più amati di John Ford. “Cosa spinge un uomo a vagabondare, cosa o spinge a vagabondare senza meta” dice la canzone nei titoli di testa. Dissolvenza in nero. Dall’interno di una piccola casa si apre la porta che dà sul mito. Sin da questa prima famigerata inquadratura (Ethan sullo sfondo che ritorna; Martha che esce dalla casa andandogli incontro) si delinea il conflitto che costituisce uno degli archetipi della cultura americana, quello tra la casa/civiltà/famiglia e deserto/barbarie/vagabondaggio. Si disegnano precisi, geometrici rapporti spaziali tra il “dentro”/”fuori” ed i vari personaggi. L’interazione fra spazio e personaggio costituisce una delle matrici narrative del film di Ford e del racconto in generale, ben descritte da Gardies nel famoso saggio “L’espace au cinéma”. Ethan, muovendosi dal “fuori” al “dentro” (che non sono luoghi fisici ma spazi che definiscono una precisa condizione esistenziale), finirà, alla fine del film, col ritornare definitivamente nel deserto. Da un’iniziale “relazione di disgiunzione”, il protagonista, a seguito di un disequilibrio (il massacro della famiglia e il rapimento di Debbie e Lucy), è congiunto a esso prima di ritrovarsi nella disgiunzione di partenza.

Duramente criticato e accolto tiepidamente dal pubblico, “Sentieri selvaggi” fu l’ultimo film prodotto dalla Argosy, società di produzione fondata dallo stesso Ford e da Merian Cooper. Accusato dalla miope critica di razzismo, è in realtà sottilmente pervaso da un’ambiguità che non concede nulla al manicheismo: Ethan è un personaggio insieme fragile e crudele, lacerato per i motivi sopradetti, crepuscolare e “finale”; la rappresentazione dalla vita nella tribù è tutt’altro che offensiva ed il capo tribù Scar costituisce l’altra faccia dello specchio su cui si riflette un eroe giunto al crepuscolo. Quello dei vagabondi e degli indiani è il medesimo mondo in decadenza, destinato ad essere schiacciato dalla legge e dall’ordine imposti dalla civiltà (vedere “L’uomo che uccise Liberty Valence”).
Come tutti i cinefili sanno, Jean Luc Godard disse, parlando di “The Searchers”, che l’amore che si prova per Wayne quando solleva Natalie Wood nel finale “racchiude il mistero e il fascino del cinema americano”. [Manuel Bill, Spietati]

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L’ISOLA DI MEDEA – Pasolini e Callas, l’amore obliquo | proiezione speciale del documentario di Sergio Naitza

L’ISOLA DI MEDEA – Pasolini e Callas, l’amore obliquo | proiezione speciale del documentario di Sergio Naitza

Giovedì 13 febbraio, alle ore 20:45, alla presenza del regista Sergio Naitza, di Nadia Stancioff, assistente di Maria Callas, e di Roberto Chiesi, storico del cinema e direttore del Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini della Cineteca di Bologna, il Cineclub Bellinzona Bologna presenta la riedizione del documentario L’ISOLA DI MEDEA.

Nelle sale italiane debuttava il 28 dicembre 1969 il film “Medea” di Pier Paolo Pasolini, girato fra la laguna di Grado e di Marano, Anzio e la Cappadocia. Su quel set si conobbero lo scrittore-regista più scomodo e provocatorio del momento e la cantante lirica più acclamata del mondo: Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Cinquant’anni dopo riemerge, attraverso i ricordi e gli aneddoti degli amici più cari e di chi partecipò a quel set, il racconto di un amore obliquo: imprevedibile perché impossibile, eppure tangibile nell’interazione che per quasi due anni dalle riprese di “Medea” raccolse in un unico abbraccio Maria Callas e Pier Paolo Pasolini. “L’isola di Medea”, il documentario scritto e diretto da Sergio Naitza, intreccia le voci dei protagonisti del film facendo rivivere quei momenti.

ARCHIVES – MARIA CALLAS ET PIER PAOLO PASOLINI

Il Cineclub Bellinzona di Bologna propone la riedizione del documentario, arricchito con l’intervista inedita al Premio Oscar Dante Ferretti, che proprio con “Medea” esordiva firmando la sua prima scenografia.

Giovedì 13 febbraio, ore 20:45
L’ISOLA DI MEDEA
Pasolini-Callas, l’amore obliquo
di Sergio Naitza | documentario | Ita/2017| 90′

Con: Piero Tosi, Gabriella Pescucci, Dante Ferretti, Ninetto Davoli, Nadia Stancioff, Dacia Maraini, Giuseppe Gentile, Piera Degli Esposti, Fernando Franchi, Roberto Chiesi, Alessandra Zigaina, Rena Koutsoudaki, Ioanna Koutsoudaki.
Sceneggiatura e regia: Sergio Naitza
Fotografia: Luca Melis
Montaggio: Davide Melis
Musica: Marco Rocca
Disegni: Davide Toffolo

Produzione:
KAREL, Lagunamovies, Erich Jost
con il contributo di FVG Film Commission e Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

Ingresso: €5,50
Card Musei Metropolitani: €4,50

OSPITI:
Sergio Naitza, regista
Nadia Stancioff, assistente di Maria Callas
Roberto Chiesi, direttore del Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini

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L’ASSO NELLA MANICA di Billy Wilder in versione restaurata in 2k, un omaggio a Kirk Douglas

L’ASSO NELLA MANICA di Billy Wilder in versione restaurata in 2k, un omaggio a Kirk Douglas

Il leone di Hollywood, protagonista di 75 film.
KIRK DOUGLAS è morto il 5 febbraio, all’età di 103 anni. Non potevamo non dedicargli una proiezione straordinaria del film che lo portò al successo nel 1951: L’ASSO NELLA MANICA (Ace in the hole) di Billy Wilder, restaurato in 2K, lunedì 10 febbraio, alle ore 20:45!

Lunedì 10 febbraio, ore 20:45
ACE IN THE HOLE
L’asso nella manica’ di Billy Wilder
USA | 1951 | 111 minuti
lingua originale, sott. italiano
Ingresso: €3,00

introduce: IVAN CIPRESSI, Libreria di Cinema Teatro Musica

Spregevole giornalista in eterna ricerca dello scoop, da poco licenziato per il suo eccessivo cinismo, Chuck Tatum (Kirk Douglas) trova finalmente una notizia che può regalargli quella ribalta che ha sempre bramato: in una miniera è infatti rimasto intrappolato l’operaio Leo Mimosa (Richard Benedict). Chuck cercherà in ogni modo di rallentare le operazioni di salvataggio per alimentare la portata mediatica del tragico evento.

Insieme a Giorni perduti (1945), è l’unico dramma a tutti gli effetti girato da Billy Wilder in mezzo al grande mare di commedie, più o meno ciniche, e noir che caratterizzarono la sua carriera tra gli anni ’40 e ‘50, ed è, senza ombra di dubbio, un’opera capitale all’interno della parabola cinematografica del grande regista europeo: ispirato a un vero fatto di cronaca del 1925 che vide protagonista un giornalista di nome William Floyd Collins, L’asso nella manica è la gelida e indignata rappresentazione della contro-etica professionale di un mestiere, il giornalismo, che nella sua storia ha troppe poche volte fatto i conti con la moralità della sua missione. Apologo feroce e attualissimo sul bisogno di sensazionalismo che la stampa alimenta anche nelle vittime delle tragedie (la moglie di Leo Mimosa che aiuta il protagonista a frenare le operazioni), creando un cortocircuito morale-mediatico da cui nessuno esce pulito, men che meno chi, come Chuck (interpretato da un formidabile Kirk Douglas), crede che la consapevolezza della propria meschinità renda più puliti.

«L’interpretazione di Douglas è fenomenale: la parlata biascicata, la camminata irrigidita, la sua insensibilità da animale in fuga, il modo in cui si accende la sigaretta sul rullo della macchina da scrivere, lo sprezzo dei valori tradizionali (il quadro ricamato con scritto “Tell the truth” nella redazione del giornale di Albuquerque), la sua conoscenza della mediocrità e curiosità del popolo dei lettori-spettatori.

L’attenzione di Wilder al dettaglio è maniacale ed eccezionali sono i grandi contrasti fotografici tra le ombre di interni claustrofobici e il mare di luce del paesaggio semidesertico del New Mexico. Dal momento in cui il povero Leo Minosa si ritrova intrappolato sotto tonnellate di roccia scatta lo spietato cinismo di un ambiente circostante manipolato da un giornalista a caccia di brutte notizie perché “sono quelle che vanno a ruba”. Wilder è geniale per la sua messa in scena parodistica di una società americana pronta alla spettacolarizzazione del dolore e alla mercificazione della sofferenza (notate il cartello che ospita i turisti della zona dell’incidente: con il passare dei giorni la tassa di ingresso passa da 25 cents a 1 dollaro). La parodia però si trasforma inevitabilmente in tragedia e si passa dalla violenza dello spettacolo dell’egoismo umano allo spettacolo della violenza reale, in diretta alla televisione o in radiocronaca morbosamente dettagliata. 

Billy Wilder inchioda alle loro responsabilità i “pennivendoli del sistema della menzogna spettacolare” e crea una escalation drammatica puntellata da una sceneggiatura sincronizzata con lo squallore morale dei protagonisti. La società americana dei primi anni 50 è caratterizzata dalla psicosi atomica, dalla Commissione per le attività anti-americane e dal fenomeno del Maccartismo, in una delirante caccia alle streghe che è una proiezione paranoica dello spettro del Comunismo. Proprio in quegli anni malsani vengono gettati i semi per la dissoluzione dei generi cinematografici e Billy Wilder è l’autore-pioniere di questa operazione: tutto lo scarto che possiamo provare nei confronti della realtà non trova più la valvola di sfogo nell’immaginario cinematografico: la “terra” di Rossella O’ Hara è diventata un cumulo di macerie che ci ha travolto e seppellito.» [Fabio Fulfaro, sentieriselvaggi.it]

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IL SIGNORE DEGLI ANELLI di Ralph Bakshi – incontro con AIST e WU MING 4

IL SIGNORE DEGLI ANELLI di Ralph Bakshi – incontro con AIST e WU MING 4

La prima storica riduzione cinematografica de ‘Il Signore degli Anelli’ di J.R.R. Tolkien, firmata nel 1978 da Ralph Bakshi, torna al Cineclub Bellinzona giovedì 6 FEBBRAIO, in una PROIEZIONE SPECIALE introdotta da Roberto Arduini, presidente dell’ AIST Associazione Italiana Studi Tolkieniani, e WU MING 4 (Federico Guglielmi).

Nonostante sia stata in parte oscurata dalla trilogia diretta da Peter Jackson, questa versione animata mostra dopo quarant’anni una vitalità e una ricchezza sorprendenti.

IL SIGNORE DEGLI ANELLI
di Ralph Bakshi

Gran Bretagna | 1978 | 129’
lingua originale, sott. italiano
ingresso: €6,00/5,00

PREVENDITE: domenica 2 FEBBRAIO, dalle ore 17 alle ore 21, presso la biglietteria del Cinema.

Giovedì 6 febbraio la biglietteria aprirà alle ore 20:00.

«Ci sono alcuni aspetti da tenere a mente prima di affrontare la visione de Il signore degli anelli. Innanzitutto al momento della lavorazione delle riprese Tolkien era morto da meno di cinque anni; in secondo luogo John Boorman sul finire degli anni Sessanta aveva già ricevuto l’incarico di scrivere una sceneggiatura della trilogia (traducendola in un unico film), ma si era preso così tante libertà dal testo originale che la United Artists, proprietaria dei diritti di sfruttamento cinematografico dell’opera, lo aveva licenziato. Il furore visionario di Boorman non collimava con il rigore letterario di Tolkien, ma l’atmosfera cavalleresca lo affascinava, al punto che alcuni degli aspetti dello script verranno ripresi dal regista britannico al momento di mettersi al lavoro su Excalibur, fondamentale punto di passaggio del fantasy. È anche importante notare come il film affidato a Boorman sarebbe dovuto essere girato interamente ricorrendo ad attori in carne e ossa.

Quando il progetto passa in mano a Bakshi, grazie all’intervento del produttore Saul Zaent, con cui il regista aveva già lavorato per Fritz il gatto, tutto viene stravolto: si torna a un rispetto ossequioso del testo originale, e si pensa di smezzare in due parti il racconto, traducendo in immagini in un primo capitolo gli avvenimenti fino alla battaglia del Fosso di Helm. Come avrà intuito anche chi non fosse a conoscenza di questo film, la seconda metà non fu mai girata. Il motivo è fin troppo ovvio: l’insuccesso commerciale…» [R. Meals, quinlan.it]

Il Signore degli Anelli venne proiettato sul grande schermo, per la prima volta il 15 novembre 1978.Fu il primo film animato realizzato interamente con la tecnica del rotoscopio.

Girato in Spagna, con attori dal vivo, su pellicola in bianco e nero, ogni singolo fotogramma è stato successivamente ricalcato dagli animatori.
Questa metodologia, utilizzata ampiamente nel mondo della settima arte, a partire già dal 1918, permetteva di rendere più realistiche le figure umane ed i loro movimenti. Anche in Biancaneve e i sette naniLa carica dei 101 o Cenerentola, di Disney, si è fatto ampio ricorso al rotoscopio.
Il regista Ralph Bakshi, poi, ha dato libero sfogo al suo amore per la posterizzazione, ottenendo così il particolare effetto tridimensionale del film.

Pronti a riscoprire l’eleganza e la raffinatezza di questo film d’animazione, che tanto ha ispirato lo stesso Peter Jackson, sul nostro grande schermo!

https://www.youtube.com/watch?v=qnIhJwhBeqY

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L’INQUILINO DEL TERZO PIANO di Polanski – #CultMovieNight

L’INQUILINO DEL TERZO PIANO di Polanski – #CultMovieNight

«In quale preciso momento un individuo
smette di essere quello che crede di essere?».
[Trelkovsky a Stella]

Giovedì 30 gennaio, alle ore 20:45, continua il viaggio nei titoli CULT della nostra ‘personale’ cinematografia, quella da noi tanto amata, quella che sul grande schermo rivive in uno splendore sempiterno. È la volta di LE LOCATAIRE, in Italia conosciuto con il titolo ‘L’INQUILINO DEL TERZO PIANO‘ di Roman Polanski. A introdurre la proiezione sarà IVAN CIPRESSI della Libreria di Cinema Teatro Musica!

L’INQUILINO DEL TERZO PIANO
di Roman Polanski | Francia | 1976 | 125’

con Roman Polanski, Isabelle Adjani
• vers. originale, sott. italiano •
biglietto unico: €6,00

Un modesto impiegato polacco, Trelkowski, è in cerca di un appartamento a Parigi. Ne trova uno abitato fino a pochi giorni prima da una ragazza, Simone Choule, che ha tentato il suicidio gettandosi dalla finestra. Trelkowski si reca quindi all’ospedale per cercare di parlarle riguardo all’affitto dell’appartamento, ma la ragazza è completamente fasciata, in fin di vita e incapace di parlare; per di più, alla vista di Trelkowski sembra avere una crisi isterica. Ultimo tra i film davvero geniali di Polanski, si tratta di un thriller metafisico dove il colpevole è il destino – tema fisso nell’opera del regista. È inutile ribellarsi al Fato quando questi ci ha preso di mira. Ne sa qualcosa il protagonista e ne sa qualcosa anche il regista.

«Una caduta progressiva e inesorabile nel cuore dell’orrore della mente. Quasi una perquisizione interiore condotta per dettagli o indizi infinitesimali da rielaborare, nel tentativo – pressoché impossibile – di ricostruire la storia, laddove quest’ultima non trova sbocchi lineari, ma al contrario si sdoppia e si contorce toccando vette estreme di surrealtà iperangosciante.» [Martina Puliatti, sentieriselvaggi.it]

«Linquilino del terzo piano non venne troppo acclamato negli Stati Uniti – gli americani non masticano troppo di letteratura decadente e surreale – ed ebbe invece un buon successo in Francia dove ottenne la candidatura alla Palma d’oro di Cannes come miglior film. In Italia uscì alla fine del 1976. Alcuni critici europei dell’epoca non poterono fare a meno di intravedere le  analogie tra Trelkowski e Polanski stesso, entrambi ebrei naturalizzati francesi, che vivono in un ambiente decisamente ostile alle loro origini (da notare come Trelkowski viene trattato dal commissario di polizia quando va a sporgere denuncia per presunta aggressione). Nel cast tecnico, un elogio merita sicuramente lo scenografo Pierre Guffroy: gli interni dell’intero stabile sono tutti ricostruiti in studio. In realtà l’edificio è di soli due piani ma l’illusione data da specchi sistemati adeguatamente fa in modo che lo spettatore ne veda quattro. La facciata che dà su strada invece esiste veramente e si trova a Parigi al numero 39 di Rue de la Bruyère. La fotografia coi suoi toni cupi e inquietanti è del Maestro Sven Nykvist, autore anche di quasi tutti i film di Bergman. Gli effetti visivi, eccellenti  e psichedelici in questo caso, sono del meno noto Jean Fouchet.

Infine, la colonna sonora è diretta da Philippe Sarde, e il suo contrabbasso domina l’intera opera. Lo stesso musicista fa un piccolo cammeo: è l’uomo che nel cinema siede dietro Trelkowski fissando il protagonista con sguardo languido e insistente. L’inquilino del terzo piano è inoltre il primo film ad aver utilizzato il meccanismo “louma”, una gru alla cui cima è fissata una telecamera. Per i collezionisti è certamente consigliabile il racconto di Roland Topor, se non altro per scoprire un autore dal talento fuori dell’ordinario, che qui in Italia è praticamente sconosciuto. Purtroppo, in tutti i Paesi del mondo, il film è disponibile solo su dvd senza l’aggiunta di contenuti extra se non il trailer originale. Ma se avete fortuna potreste accaparrarvi su ebay l’edizione digibook francese, ormai fuori catalogo su tutti i siti, dove il film è accompagnato da un interessantissimo libretto fotografico contenente interviste alla troupe e gustose pagine di critica.» [Nocturno.it]

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IL COLPO DEL CANE, al Bellinzona il film di Risuleo selezionato al Rotterdam International Film Festival

IL COLPO DEL CANE, al Bellinzona il film di Risuleo selezionato al Rotterdam International Film Festival

Che mistero si cela dietro il furto di un bulldog? Lo scopriremo giovedì 23 gennaio, alle ore 20:45, nel film IL COLPO DEL CANE di Fulvio Risuleo! Sarà presente in sala il direttore della fotografia Juri Fantigrossi.

Giovedì’ 23 gennaio, ore 20:45
IL COLPO DEL CANE di Fulvio Risuleo
Italia | 2019 | 93 minuti
ingresso: €5,50/4,50

Al loro primo giorno da dogsitter, Rana (Silvia D’Amico) e Marti (Daphne Scoccia) subiscono il furto del bulldog francese che gli era stato affidato da una ricca signora (Anna Bonaiuto). Decidono di mettersi all’inseguimento del ladro, un sedicente veterinario che sostiene di chiamarsi Dr Mopsi (Edoardo Pesce). Sarà necessario riavvolgere il nastro per scoprire il mistero che si nasconde dietro questo improbabile colpo.

«Ha un bel talento, Fulvio Risuleo, e lo esercita senza parsimonia in più settori: giovanissimo diplomato del Centro Sperimentale, a 23 anni firma due cortometraggi, Lievito madre e Varicella, entrambi presentati e premiati al Festival di Cannes, e a 26 realizza un lungometraggio fantasioso e originale, Guarda in alto, cui segue una serie per il web, Reportage Bizarre, dedicata ai vari quartieri di Parigi, volumi a fumetti scritti e a volte disegnati (l’ultimo, Sniff, uscito in questi giorni), una webseries gialla interattiva (Il caso Ziqqurat) e la sua seconda, singolare commedia cinematografica, Il colpo del cane. Sceso dai tetti su cui si svolgeva il suo primo film, Risuleo ci conduce stavolta in un’altra Roma poco vista al cinema, il cui unico aggancio col centro è la “magica” piazza Vittorio. Per il resto il film si svolge in quel non luogo della periferia tra la Magliana e la Laurentina, conosciuto solo da chi ci vive, dove ruderi antichi spuntano in mezzo alla campagna e pascolano ancora le pecore. In una di quelle location Pasolini ambientò Uccellacci e uccellini, e sorprende vedere come, oltre 50 anni dopo, la “civiltà” sia venuta solo marginalmente a reclamare quello che adesso fa parte di un parco e ha conservato le sue caratteristiche. (…)

Tra thriller e commedia di costume, Il colpo del cane conferma il talento dell’autore, che dimostra ancora una volta un orecchio sopraffino per la musica e il tessuto sonoro del film, oltre a un occhio non comune per i luoghi in cui ambientare le sue storie oblique e trasversali.» [Daniela Catelli, comingsoon.it]

«Una struttura molto particolare quella messa in piedi da Fulvio Risuleo in Il colpo del cane, come se lo spettatore si trovasse di fronte a due film da vedere nell’ordine che preferisce. Grottesco e bizzarro dalle situazioni surreali e con una morale di fondo: gli animali – oltre a Ugo, ci sono pappagalli e pecore – sono i personaggi chiave del film e hanno una loro identità, una loro storia, ma l’uomo li tratta come oggetti da abbellire con ridicole tutine o da rinchiudere in gabbia. Commedia, dramma e mistero si incrociano nella stessa storia tra rocamboleschi inseguimenti nelle campagne romane nella quale non esiste una retorica suddivisione fra buoni e cattivi ma una disperata lotta per cambiare la propria posizione sociale.

Le musiche originali elettroniche sono composte dal musicista americano Robert Aiki Aubery Lowe e curate dal sound designer Francesco Lucarelli.» [Caterina Sabato, cinematographe.it]

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I CORTI DI FEDERICO FELLINI al Cineclub Bellinzona | #Fellini100

I CORTI DI FEDERICO FELLINI al Cineclub Bellinzona | #Fellini100

20 gennaio 1920.
100 anni dalla nascita di FEDERICO FELLINI, punto di riferimento imprescindibile per l’evoluzione della settima arte, che con lui raggiunse vette inesplorate prima.

Il Cineclub Bellinzona Bologna festeggia il genio di Fellini con una proiezione speciale di AGENZIA MATRIMONIALE, LE TENTAZIONI DEL DOTTOR ANTONIO e TOBY DAMMIT, tre corti tratti dai film a episodi ‘L’amore in città’, ‘Boccaccio ’70’ e ‘Tre passi nel delirio’, copie provenienti dalla Cineteca di Milano.

Ad accompagnarci in questo viaggio – corto dopo corto – nella felliniana miscela visionaria ed esplosiva di realtà e immaginazione, sarà il giovane regista e sceneggiatore GIUSEPPE G. STASI [‘Amore oggi’, ‘Metti la nonna in freezer’, ‘Bentornato Presidente’, ‘Gli uomini d’oro’].

LUNEDÌ 20 GENNAIO, ore 20:45
AGENZIA MATRIMONIALE [1953]
LE TENTAZIONI DEL DOTTOR ANTONIO [1962]
TOBY DAMMIT [1968]
di Federico Fellini
ingresso: €5,50/4,50

AGENZIA MATRIMONIALE
(Episodio dal film collettivo ‘L’amore in città’)
R.: Federico Fellini. Sc..: F. Fellini, T. Pinelli. Mus: Mario Nascimbene. Int.: Antonio Cifariello, Livia Venturini, Ilario Maraschini, Angela Pierro. Italia, 1953, 16′.
A un giovane giornalista viene affidata un’inchiesta sulle agenzie matrimoniali. Scettico, si finge cliente di una di queste, alla ricerca di una moglie per un suo ricco amico. E sebbene racconti che questi è malato di epilessia, costretto a vivere in campagna perché durante le notti di plenilunio si trasforma in lupo mannaro, riesce a trovare una ragazza disposta al matrimonio. Una ragazza dolce, ingenua, che mette in crisi il cinismo del protagonista.

LE TENTAZIONI DEL DOTTOR ANTONIO
(Episodio dal film collettivo ‘Boccaccio ’70’)
R.: Federico Fellini. Sc..: F. Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, con la collaborazione di Brunello Rondi e Goffredo Parise. Mus.: Nino Rota. Int.: Peppino De Filippo, Anita Ekberg, Antonio Acqua, Eleonora Nagy. Italia/Francia, 1962, 40’.
Il dr. Antonio è un rigido bacchettone ossessionato da un manifesto pubblicitario che sfrutta l’immagine di Anita Ekberg per promuovere la vendita del latte. E di fronte alle forme generose dell’attrice la sua morbosa fantasia si scatena.

TOBY DAMMIT
(Episodio dal film collettivo ‘Tre passi nel delirio’)
R.: F. Fellini. Sc.: F. Fellini, Bernardino Zapponi, liberamente tratta da Non scommettere la testa col diavolo di Edgar Allan Poe. Fot.: Giuseppe Rotunno. Mus.: Nino Rota. Scenog. e cost.: Piero Tosi. Int.: Terence Stamp, Salvo Randone, Polidor, Antonia Pietrosi, Anne Tonietti. Italia/Francia, 1968, 37’.
Toby Dammit è un giovane attore inglese di passaggio a Roma per promuovere un film. Intossicato da alcool e droga, disilluso e apatico, Dammit partecipa svogliato alle feste in suo onore, finché ha uno scatto di rabbia e fugge via su una spider. Inseguendo i propri fantasmi, il giovane guida come un pazzo nella notte, e si avvia verso una terribile fine.

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AQUARELA – proiezione speciale del documentario di Kossakovsky

AQUARELA – proiezione speciale del documentario di Kossakovsky

Affascinante. Travolgente. Imponente.
Il Cineclub Bellinzona, in collaborazione con Park Circus, è orgoglioso di presentare la proiezione esclusiva di AQUARELA, lo straordinario documentario di Victor Kossakovsky, presentato fuori concorso a Venezia 75 e ora nelle sale d’Inghilterra e Irlanda, giovedì 16 gennaio, alle ore 20:45.

Ospiti dell’evento saranno ANTONIO NAVARRA, Presidente del CMCC Climate, Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici, e ANDREA CASELLI, Comitato ‘Aqua Bene Comune’, Bologna.

Giovedì 16 gennaio, ore 20:45
AQUARELA di Victor Kossakovsky

Documentario | GB/Germania | 90′
ingresso: €6,00

AQUARELA accompagna il pubblico in un viaggio cinematografico attraverso la bellezza mutevole e la pura potenza dell’acqua. Filmato a 96 fotogrammi al secondo, il film vuole esser un monito: noi umani non potremo mai fronteggiare la forza e la volontà capricciosa dell’elemento più prezioso della Terra. Dalle acque ghiacciate del lago Baikal in Russia ai fremiti dell’uragano Irma in Florida fino al possente Salto Angel in Venezuela, l’acqua è la protagonista di Aquarela mentre il regista Victor Kossakovsky cattura le sue molteplici personalità con un dettaglio visivo stupefacente.

Images courtesy of Park Circus/Participant Media

«Cosa si può fare mostrando solo acqua per un’ora e mezza di film? Si può innanzitutto fare una lezione di fotografia, poi si può far percepire la grandezza e la precarietà di un’intero ecosistema, e d’altra parte la fugacità minima di ogni singolo uomo sulla Terra, infine si può far comprendere come lo scioglimento dei ghiacci, l’inquinamento, il buco nell’ozono rappresentino un reale pericolo per tutti noi molto al di là di quanto possono fare le parole, troppo dette e inascoltate, ma contando piuttosto su quanto ci sia di viscerale e potente nelle immagini.

Aquarela riesce in tutto questo, senza mai rinunciare al rigore di uno sguardo oggettivo privo di commento. Non ci viene detto neppure dove ci troviamo nelle varie sequenze, soltanto di tanto in tanto una musica potente accompagna le immagini. Si parte dallo scioglimento dei ghiacci, dal recupero di alcune macchine finite nell’acqua dopo essere passate su ghiacci troppo precari. “Come vi è venuto in mente di passare di qui? – chiede una delle pochi voci che si sentono nel film – Non vedete che si sta sciogliendo?” “Di solito si scioglie tra tre settimane”, risponde l’altro, e questo è l’unico riferimento, minimo, ai cambiamenti climatici. Ma poi crollano intere pareti di ghiaccio, una barca a vela affronta la ferocia dell’Oceano. Alla fine ci troviamo in città devastate dai tifoni, con l’acqua che invade le strade, alberi caduti, vento che spazza via tutto.

Non è solo un documentario questo film, sembra piuttosto un volo mistico sulla superficie del globo terraqueo, pieno di un rispetto quasi mistico per la madre terra, oppure un accorato appello all’uomo perché salvaguardi se stesso e ciò che lo circonda. La dedica a Aleksandr Sokurov sembra alludere a tutti questi temi.» [A. Cinquegrani, saledellacomunita.it]

Images courtesy of Park Circus/Participant Media

«Aquarela è inoltre impreziosito da un disegno sonoro furente, vitale che in alcune scene si focalizza sull’impeto, sugli schianti delle onde, dei ghiacciai e sul fragore del vento, mentre in altre le sinfonie naturalistiche vengono accompagnate da musiche aggressive, con canzoni heavy metal volutamente frastornanti. Tutto ciò provoca un effetto sensoriale spaventosamente reale: ciò che si può asserire è che alla visione di questo film non si assiste mai in modo passivo, si è coinvolti attivamente in una poesia visiva strepitante, che sa destabilizzare e provocare.» [Lucia Tedesco, Cinematographe.it]

Images courtesy of Park Circus/Participant Media

COMMENTO DEL REGISTA

A quattro anni, trascorrevo l’estate in un villaggio tra Mosca e San Pietroburgo sulla sorgente di un fiume. Un uomo del posto, Mikhail Belov, mi disse: “Se fai una barchetta di legnetti e di foglie e la metti nel fiume, galleggerà fino al Mare del Nord e poi intorno al mondo”. Anni dopo, sono tornato lì per girare Belovy. Misi la macchina da presa sulla barchetta e feci il viaggio dal paesino al mare. Nel 2000, ho soggiornato in una casa sul Baltico. Il mare era diverso ogni giorno, a ogni ora e a ogni minuto. Colori, movimento, energie tutti diversi… Attraverso la lente dell’acqua si possono provare tutte le emozioni conosciute. Con Aquarela, volevo filmare ciò che si prova interagendo con l’acqua: emozioni belle e inquietanti, estasi e ispirazione, ma anche distruzione e devastazione.

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L’OSPITE: ANTONIO NAVARRA
Antonio Navarra (Napoli, 1956) si è laureato in fisica a Bologna nel 1980 ed è tornato in Italia nel 1986 dopo aver conseguito il Dottorato di Ricerca (Ph.D) all’Università di Princeton, presso il Geophysical Fluid Dynamics Laboratory. È dirigente di ricerca all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia dove svolge la sua attività nel campo della simulazione del clima con i modelli numerici di circolazione generale. Ora è Presidente del CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici dedicato agli studi interdisciplinari sui cambiamenti climatici e i loro impatti. Il Dr. Navarra insegna nell’ambito del Dottorato di Ricerca in Scienza e Gestione dei Cambiamenti Climatici dell’Università di Venezia.

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VICTOR VICTORIA di Blake Edwards

VICTOR VICTORIA di Blake Edwards

Il 9 gennaio, alle ore 20:45, il Cineclub Bellinzona riparte dal sovrumano talento e dalle straordinarie doti recitative di JULIE ANDREWS nel capolavoro cult musicale VICTOR VICTORIA, per la regia del marito Blake Edwards.

VICTOR VICTORIA di Blake Edwards
Gran Bretagna – Stati Uniti | commedia, musical | 1982
versione originale, sott. italiano
ingresso: €6,00

Parigi, 1934. Victoria (Julie Andrews), cantante disoccupata di grande talento, entra in contatto con l’artista di cabaret Toddy (Robert Preston) e realizza uno spettacolo di successo in cui incarna e interpreta Victor, nobile omosessuale polacco che eccelle nel ballo e nel canto. Dopo un folgorante inizio, c’è chi inizia ad avere dei sospetti sulla sua vera identità.

Remake del musical tedesco Viktor und Victoria (1933), che già aveva ispirato First a girl del 1935, Victor Victoria è un nostalgico omaggio retrò al cinema classico, che riesce a esplicitare quei sottotesti solamente suggeriti nei modelli di riferimento, costretti a fare i conti con una ferrea censura.

Ambientato in una Parigi minuziosamente ricostruita in studio, il film si avvale di una regia dinamica, puntuale nel dosare i tempi comici, e di una sceneggiatura impeccabile capace di indagare senza facile moralismo l’identità sessuale, la labilità dei ruoli precostituiti nel rapporto uomo/donna, la libertà di espressione, il tema del doppio (suggerito dall’ossessiva presenza di specchi in scena).

Partendo da una farsa en travesti di matrice wilderiana, l’opera acquisisce una propria autonomia nella perfetta alchimia tra battute di spirito e sfavillanti coreografie che scandiscono la vicenda. Scoppiettante e irresistibile. Lesley Ann Warren è Norma Cassidy; fotografia di Dick Bush. Candidato a sette premi Oscar (tra cui miglior sceneggiatura e migliore attrice protagonista), ne ottenne solo uno per la miglior colonna sonora composta da Henry Mancini e Leslie Bricusse. [Longtake.it]

«Attraverso la brillante sceneggiatura di sillogismi, Edwards va ben oltre la classica commedia degli equivoci, laddove la vera sfida non è certo dilatare il momento delle agnizioni, quanto la resa di credibilità della più intima illusione, ovvero la tenacia di sentimenti mai caduti nella rete di inganni delle apparenze e che tanto meno si piegheranno alle formalità dell’amore. 

E dal momento che, come vuole l’eredità del melo, “tutto è burla”, tale sarà l’epilogo. Una parodia della parodia, estemporanea e risolutiva, riporterà l’economia del genere cinematografico a pareggiare i conti con la norma dei ruoli dominanti, lasciando inalterato il consenso del pubblico sovrano, essenzialmente perché stempera il sovraccarico catartico spettacolare, catalizzatore di rimossi e inconfessabili istinti del pubblico – corpo sociale.» [Carmen Albergo, Sentieriselvaggi.it]

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LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO compie 60 anni

LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO compie 60 anni

Scaldiamo le ugole e torniamo bambini!
LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO compie 60 anni!
È doveroso festeggiarla con l’ultima proiezione prima di Natale, in versione digitale restaurata dove sarà possibile rivivere questa perla disneyana senza tempo in tutto lo splendore dell’originario Super Technirama (in versione 70 mm) girato in formato Ultra Widescreen!

Sarà possibile e doveroso cantare in sala durante i numeri musicali di George Bruns – ispirati all’omonimo balletto di Pëtr Il’ič Čajkovskij – seguendone il testo che sarà proiettato sullo schermo in SING-A-LONG!

Un’altra grande sorpresa disneyana: alla proiezione de ‘La bella addormentata’ seguirà quella della versione restaurata de IL CANTO DI NATALE DI TOPOLINO con il doppiaggio italiano del 1983!

Alla fine festeggeremo l’arrivo delle feste con PANETTONE e SPUMANTE, come da tradizione!

Martedì 17 dicembre, ore 19:30
LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO

(Sleeping Beauty) di Clyde Geronimi
USA | 1959 | 72 minuti

ingresso: €5,50 (adulti) – 4,50 (bambini, fino ai 123 anni)
PREVENDITE: domenica 15 dicembre, dalle ore 17 alle ore 21, presso la biglietteria del cinema!

«Prima che il sole tramonti sul suo sedicesimo compleanno, ella si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà!» Curioso come la celebre maledizione scagliata sulla principessa Aurora dalla strega Malefica (dotata in italiano dell’inconfondibile voce di Tina Lattanzi) assomigli al destino delle fiabe Disney. Una tradizione che, ironicamente, sembrava destinata a spegnersi proprio dopo l’uscita del suo 16º Classico: «La bella addormentata nel bosco» diretto da Clyde Geronimi, Eric Larson, Wolfgang Reitherman e Les Clark e proiettato per la prima volta a Los Angeles sessant’anni fa, il 29 gennaio 1959. Infatti, nonostante la pellicola, basata sulla fiaba di Charles Perrault e sul balletto di Pëtr Il’ič Čajkovskij (da cui il nome Aurora per la protagonista e le numerose analogie fra la partitura originale e la colonna sonora di George Bruns, candidata all’Oscar), venga ormai considerata una delle perle indiscusse dell’animazione hollywoodiana, all’epoca ebbe purtroppo molto meno successo del previsto, a livello sia di critica, sia di pubblico.

Un destino analogo era già toccato nel 1951 ad «Alice nel Paese delle Meraviglie», ma nel caso di un film come «La bella addormentata nel bosco», costato quasi un decennio di lavoro (in uno stile grafico che si sottraeva ai dictat dell’animazione «morbida» per ricreare le linee dell’arte gotica e, in particolare, le miniature del libro «Le Très Riches Heures du duc de Berry»), realizzato in Super Technirama (in versione 70 mm) e girato in formato Ultra Widescreen (54 anni prima di «Frozen»), il colpo fu decisamente troppo duro. Per questo motivo «La bella addormentata nel bosco» rimase a lungo l’ultima fiaba trasposta in cartone animato dalla Disney.

Solo trent’anni dopo il presidente Jeffrey Katzenberg decise di porre fine a quest’embargo sui progetti relativi al serbatoio fiabesco europeo, avallando la proposta di attingere a «La sirenetta» di Hans Christian Andersen e dando così il via a quel periodo glorioso (durato dal 1989 al 1999) che oggi conosciamo come Rinascimento Disney. E, col passare degli anni, l’influsso de «La bella addormentata nel bosco» è cresciuto a tal punto da aver generato un remake live-action incentrato principalmente sull’affascinante figura della strega cattiva. [A. Bosetto, Il giornale di Vicenza]

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ADELE H. di François Truffaut

ADELE H. di François Truffaut

Prosegue il nostro viaggio nei territori impervi e imprevedibili del sentimento, della passione, dell’amore che non conosce limiti nella filmografia di François Truffaut con un altro gioiello: ADELE H. – UNA STORIA D’AMORE (L’histoire d’Adèle H.).

giovedì 12 dicembre, ore 20:45
L’HISTOIRE D’ADÈLE H.
(Adele H. – una storia d’amore)
di François Truffaut
Francia 1975 | Drammatico, Sentimentale | 96 minuti
versione originale, sott. italiano
ingresso: €6,00

introduce: IVAN CIPRESSI
[Libreria di Cinema Teatro Musica]

Verso la fine dell’Ottocento, una giovane (Isabelle Adjani) sbarca ad Halifax, porto canadese di rifugiati politici e sbandati. Presentandosi sotto falso nome e mantenendo un atteggiamento misterioso, la ragazza trova riparo presso una coppia di anziani coniugi. In realtà è sulle tracce del tenente Pinson (Bruce Robinson), ufficiale di stanza nella guarnigione dell’isola.

«Adele H., storia di una ossessione amorosa “nel nome del padre” (Adele, i cui diari, ritrovati nel 1955, sono stati utilizzati da François Truffaut per realizzare il film, è infatti la secondogenita dello scrittore Victor Hugo), è un melodramma sulle passioni umane con al centro un’eroina d’altri tempi (interpretata con magistrale introspezione da Isabelle Adjani), malata d’amore, che combatte senza un attimo di tregua una battaglia che sembra persa già in partenza. Secco e vibrante come un noir, il film coincide con un percorso di ridefinizione personale e artistica del regista parigino, inaugurando un nuovo tipo di ricerca formale che proseguirà con L’uomo che amava le donne (1977) e La camera verde (1978). Moderno elogio della follia, Adele H. è pervaso da un alone di funerea malinconia che lo caratterizza a fondo, fino a elevarlo a saggio sulla caducità dei sentimenti.» [Longtake.it]

Nel 1975 Truffaut si traveste da principe delle tenebre e anticipando di qualche anno il Nosferatu di Herzog immerge il suo melodramma nella gotica oscurità di un’eroina romantica dentro/fuori il suo tempo. La sua Adele nasce in una ignota terra di nessuno dove gli elementi fanno le prove generali per il più grande spettacolo del mondo. Adele è il pre-cinema. A cavallo di due mondi e altrettante epoche è la nebulosa astrale di un sentimento che trascende l’arte. È il magnifico quasi di tutto. Quasi teatro, quasi letteratura, quasi magia, quasi cinema. Adele è persino il quasi Amore.

Il movimento ossessivo verso l’amante che nella negazione del cuore diventa frammento di un discorso amoroso. Adele è vita condannata alla morte riportata in vita. È il fascio di muscoli, carne, luce e lacrime che attraversa i continenti e che il volto-corpo di Isabelle Adjani incornicia nel Mito. Adele H. è il nome più bello di sempre. Ed è il titolo del film che ognuno di noi avrebbe voluto girare nell’abisso delle nostre notti più malinconiche. [Carlo Valeri, sentieriselvaggi.it]

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PICCOLE DONNE – omaggio a L. M. Alcott

PICCOLE DONNE – omaggio a L. M. Alcott

Il 5 dicembre, alle ore 20:45, in attesa della nuova trasposizione del romanzo di Louisa May Alcott ad opera di Greta Gerwig, il Cineclub Bellinzona proietta PICCOLE DONNE, per la regia di George Cukor, del 1933, con la straordinaria Katherine Hepburn nel ruolo di Jo!

A introdurre la proiezione e a ricondurci nel magico mondo di Jo, Meg, Beth e Amy, le amatissime Piccole Donne che hanno animato i pomeriggi di lettura e i sogni di almeno quattro generazioni, sarà NICOLETTA MALDINI, titolare della Trame Libreria Bookshop.

PICCOLE DONNE (Little Women)
di George Cukor
USA | 1933 | 115 minuti

vers. originale, sott. italiano
ingresso:€5,50/4,50

Oscar alla miglior sceneggiatura non originale.
Medaglia d’oro per la migliore attrice [Katherine Hepburn] alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1934.

La storia è quella quasi autobiografica della famiglia Alcott, diventata March nel libro: le quattro sorelle, Margaret, Josephine, Elizabeth e Amy sono le protagoniste della storia, che si snoda intorno agli avvenimenti domestici accaduti nell’anno in cui il padre è lontano da casa perché nell’esercito durante la Guerra Civile. Il film inizia a Natale, quando le ragazze, essendo povere, come regalo ricevono una lettera del padre dal fronte, il quale con amorevoli parole esorta le figlie a sopportare la sua assenza e tutte le privazioni per diventare delle autentiche piccole donne a guerra ultimata.

Le sorelle, infatti, hanno ognuna un carattere diverso. Meg, la maggiore, è la più responsabile e matura delle sorelle, e cerca di essere un buon esempio, nonostante il peso della sua povertà la faccia sentire a disagio rispetto alle amiche. Jo, invece, è un autentico maschiaccio, dal carattere ribelle e anticonformista, e nutre il sogno di diventare una grande scrittrice. Beth è la più timida di tutte, e la sua paura della gente è tale che non esce mai di casa; ma anche lei ha un punto debole: non ha i soldi per possedere un bel pianoforte da poter suonare, amando molto la musica. La più piccola, Amy, è parecchio viziata e crede di attirare le attenzioni della gente dandosi delle arie da gran signora. Tutte e quattro, dopo quella lettera, si ripromettono di migliorare.

«Pur diluito con le atmosfere soffuse di un film anni Trenta, Piccole donnenon manca di scontri e momenti di tensione, che rendono le sorelle non quattro angeli irreali, ma quattro giovani donne la cui maturazione passa anche tra litigi e addii. La vita – e i rapporti personali – non è un tappeto di rose, e il film non manca di ricordarcelo. Il realismo con cui la pellicola mostra un gruppo che conta sui diversi contributi dei vari membri per essere forte, alza il velo dei cliché che volevano la figura femminile o angelo del focolare o femme fatale e fa risplendere, invece, i volti vivi e diversi, non perfetti ma umanissimi di quattro ragazze che a distanza di decenni possono ancora parlare al loro pubblico.» [mediacritica.it]

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I GOONIES – versione rimasterizzata in 4K

I GOONIES – versione rimasterizzata in 4K

Siete pronti a citare ogni battuta in sala?!
Non c’è occasione migliore per farlo!
I Goonies, il film culto per più generazioni di adolescenti, torna al Cineclub Bellinzona quasi 35 anni dopo la sua prima uscita, per soli due giorni, il 9 e 10 DICEMBRE prossimi, in versione rimasterizzata 4K, grazie a Warner Bros. Pictures!

Lunedì 9 e martedì 10, ore 20:30
I GOONIES di Richard Donner

USA | 1985 | 114 minuti
versione rimasterizzata in 4K
doppiaggio italiano
biglietto unico 6€

Si possono acquistare i biglietti in PREVENDITA:
• domenica 1 DICEMBRE
• domenica 8 DICEMBRE
dalle ore 17:00 alle ore 21:00 presso la biglietteria del nostro Cinema.

Sarà comunque possibile acquistare i biglietti nelle date delle singole proiezioni del 9 e del 10 dicembre, a partire dalle ore 20:00.

💀 ATTENZIONE! 💀
La proiezione di lunedì 9 sarà un 𝐐𝐔𝐎𝐓𝐄-𝐚-𝐋𝐎𝐍𝐆, ovvero ciascuno sarà libero di citare ad alta voce, in sala, in sincrono con i personaggi, tutte le battute che ricorda a memoria!

Frutto dell’immaginazione di Steven Spielberg, I GOONIES racconta di una banda di piccoli eroi lanciata in un’avventurosa ricerca ricca di imprevisti che superano la più fervida immaginazione. Seguendo una misteriosa mappa del tesoro fino a giungere in uno spettacolare regno sotterraneo pieno di passaggi tortuosi, trappole esplosive e vecchie navi pirata colme di dobloni d’oro, i ragazzi cercano di sfuggire a una famiglia di goffi e cattivi soggetti e a un mostro gentile con una faccia tale da far intenerire solo sua madre.

Un’avventura per tutta la famiglia, dall’inizio alla fine delle innumerevoli peripezie, I GOONIES sono un tesoro cinematografico ricco di azione mozzafiato, suspense e spettacolari effetti speciali. Tra i protagonisti del film c’era un gruppo di giovanissimi, alcuni dei quali diventati negli anni degli attori affermati, come Josh Brolin e Sean Astin, altri caduti in disgrazia per motivi personali come Corey Feldman. Accanto a loro gli adulti Joe Pantoliano e la difficilmente dimenticabile Anne Ramsey, ovvero Mamma Fratelli.

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NARCISO NERO di Powell e Pressburger – versione restaurata

NARCISO NERO di Powell e Pressburger – versione restaurata

Dopo il meraviglioso restauro di ‘Scarpette rosse’, giovedì 28 novembre il Cineclub Bellinzona riprende il percorso lungo le storie cinematografiche di Michael Powell ed Emeric Pressburger con il culto di NARCISO NERO.

NARCISO NERO (Black narcissus)
di M. Powell e E. Pressburger
UK | 1947 | 101 minuti
versione originale, sott. italiano
biglietto unico: €6,00

introduce: IVAN CIPRESSI, Libreria di Cinema Teatro Musica

• La proiezione fa parte della rassegna ‘La grande luce – cinema e spiritualità‘ promossa da ACEC Emilia Romagna con il sostegno dell’Assessorato della Cultura della Regione Emilia Romagna

L’integrità spirituale della madre superiora Clodagh (Deborah Kerr), responsabile di una missione di suore inglesi situata in un convento sulle vette dell’Himalaya, è messa a dura prova dalle suggestioni del luogo, un tempo harem del principe locale.

«Basandosi sull’omonimo romanzo (1939) di Rumer Godden, Powell e Pressburger hanno scritto, prodotto e diretto uno dei più provocanti, audaci e deliranti melodrammi dell’epoca, divenuto un titolo di culto per molti autori contemporanei. Mistura ipnotica dal fascino sinistro di tensione erotica, spiritualità e tentazioni della carne, Narciso nero rappresenta il paradigma imprescindibile della visione di cinema dei due registi (resa definitiva nel successivo Scarpette rosse, 1948): raffinatezza della scrittura, controllo assoluto della messa in scena ingabbiata in set maniacalmente ricostruiti, squarci nell’interiorità di personaggi dalle connotazioni estreme, importanza della dimensione figurativa.

Un’esperienza estatica, dove l’ambientazione esotica, con il suo carico di inebriante sensualità, assume una valenza espressiva di importanza capitale. Il clima opprimente e morboso, spezzato solo da alcuni lirici flashback sul passato “incontaminato” di madre Clodagh, trova il suo apice nella sequenza della discesa verso la follia di Suor Ruth (Kathleen Byron), che scardina ogni convenzione dipingendosi con fare inquietante le labbra di rosso fuoco. Puro artificio cinematografico, al servizio di una storia all’insegna dell’eccesso, che è anche una metafora dei fallimenti dell’impero britannico. Straordinari il Technicolor di Jack Cardiff e le scenografie di Alfred Junge, giustamente premiati con l’Oscar.» [Longtake]

«Si può vivere senza il cinema di Powell e Pressburger? I nostalgici (si tratta di un’armata ben agguerrita) non avranno alcuna fretta ad affermare: o Powell o niente.E’ anche per questo che film come Narciso nero rimangono un unicum nella storia della settima arte. L’uso del technicolor accesissimo che accende sapientemente gli stati d’animo dei personaggi, infuoca le passioni, i desideri e le angosce come un tizzone ardente che fa quasi tornare in mente la scuola dei mélo alla Victor Fleming.» [cinerunner.com]

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BENTORNATO PRESIDENTE, incontro con i registi Fontana e Stasi

BENTORNATO PRESIDENTE, incontro con i registi Fontana e Stasi

Due leader che non riescono a trovare un accordo e nessuno dei due ha la maggioranza per governare da solo. Decidono di fare di Peppino Garibaldi il nuovo premier, facilmente manovrabile.

Giovedì 21 novembre, alle ore 20:45, una #ComedyNight tutta italiana con in sala i registi Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi che presentano il loro BENTORNATO PRESIDENTE in compagnia dello sceneggiatore Fabio Bonifacci.

BENTORNATO PRESIDENTE
di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi
Italia | 2019 | 96 minuti

ingresso €5,50/4,50

Peppino Garibaldi (Claudio Bisio) torna sul grande schermo otto anni dopo la sua elezione al Quirinale, e lo troviamo intento a vivere una vita tranquilla e ritirata in montagna, in compagnia della sua amata Janis (Sarah Felberbaum) e la figlia Guevara (Roberta Volponi). Peppino non potrebbe chiedere di meglio, ama la tranquillità dei monti e la vita lenta e serena in compagnia della famiglia, ma Janis non è dello stesso avviso: affronta con insofferenza la monotonia delle giornate e fa fatica a riconoscere in Peppino l’uomo appassionato e deciso a fare la differenza di cui si è innamorata qualche anno prima.


L’occasione di cambiamento le è offerta quando viene richiamata al Quirinale nel delicato momento di formazione del nuovo governo, per cui Janis decide senza esitazioni di tornare a Roma con Guevara, lasciando l’uomo tra le montagne. Peppino, che pur preferirebbe stare lontano dagli intrighi politici e dalla campagna elettorale, deciso a riconquistare la donna che ama, torna nella Capitale e alcuni personaggi senza scrupoli, ricordando lo scompiglio che portò otto anni prima, quando fu eletto Presidente della Repubblica per errore, tenteranno di sfruttare la sua ingenuità per manovrarlo come un burattino, facendolo eleggere Presidente del Consiglio.


Il nostro improbabile eroe accetta l’incarico per il semplice fatto che questo gli permetterà di stare nuovamente accanto a Janis e, nonostante sia scoraggiato per il rifiuto di lei, infastidita da questa scelta avventata e irresponsabile, tornerà a riscoprirsi il politico appassionato e sincero che vuole davvero cambiare l’Italia, sorprendendo la sua amata e sconvolgendo i piani dei subdoli collaboratori che pensano di avere la situazione in pugno.

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QUADROPHENIA – 40° anniversario al Cineclub Bellinzona

QUADROPHENIA – 40° anniversario al Cineclub Bellinzona

«Io sono Jimmy e non voglio essere uguale a nessuno. Per questo sono un mod!». 40 anni di QUADROPHENIA, 40 anni di un film culto, guardato e riguardato allo sfinimento dagli amanti della coolness britannica e delle sottoculture. 40 anni di un film fondamentale per non farsi prendere in giro dalla vita!

Lunedì 11 novembre, il Cineclub Bellinzona presenta una proiezione speciale in versione restaurata, in lingua originale, sottotitolata in italiano, accompagnata dall’ormai tradizionale castagnata!

• ore 20:15 – Castagne e vino in chiostro
• ore 20:45 – Proiezione
QUADROPHENIA
di Franc Roddam
UK / 1979 / 120 minuti
vers. originale, sott. italiano
ingresso: €6,00

introduce: Checco Garbari “Ted Nylon”, componente di Lino e i Mistoterital e dj vinilico!

Protagonista della storia diretta da Franc Roddam (eh si, proprio colui che qualche decade più tardi avrebbe ideato il talent show “MasterChef”) è Jimmy (Phil Danlles), un ragazzo londinese, appartenente ai mods, che trova gli allucinogeni cool e riesce a farsi buttare fuori di casa, perdere il lavoro e tutti gli amici, prima di capire che sia giunto il momento di crescere.

«Nell’Inghilterra degli anni ’60, l’appartenenza a una corrente o a un’altra era piuttosto evidente: partiva dall’abbigliamento. Portavi un parka sopra abiti sartoriali e guidavi una vespa o lambretta? Eri sicuramente un mod (“modernists”). Amavi le motociclette d’oltre oceano, indossavi giubbotto di pelle e stivali, e ascoltavi quelle band che suonavano musica rumorosa chiamata rock n’ roll? Eri un rocker! Scontro tra mode? Forse. Scontro tra bande locali? Sicuramente. Segno di un grande cambiamento in atto? Piuttosto evidente.

Questo particolare fenomeno sociale tornò in auge negli anni ’70 quando i leggendari #TheWho pubblicarono “Quadrophenia”, titolo che alludeva alla schizzo-frenia, al volubile comportamento del protagonista Jimmy e alle diverse personalità dei membri del gruppo. L’album ispirò l’omonimo film del 1979 che subito diventò culto. La pellicola scattava una lucida fotografia di una generazione alla ricerca di se stessa e della sua collocazione nel mondo, dei giovani che non disdegnavano gli eccessi, che davano spazio alla propria indole e permettevano alla violenza di avere la meglio.» [V. Menza, masedomani.com]

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PIOVONO PIETRE di Ken Loach | #KenLoachReviewed

PIOVONO PIETRE di Ken Loach | #KenLoachReviewed

Continua il percorso del Cineclub Bellinzona Bologna nella filmografia di KEN LOACH. Giovedì 7 novembre, alle ore 20:45, è la volta di un film simbolo della poetica e della carriera del regista britannico: PIOVONO PIETRE (Raining stones).

PIOVONO PIETRE – Raining stones
di Ken Loach | UK | 1993 | 91’
vers. originale, sott. italiano
biglietto unico: €6,00
Introduce: Dario Marino (Coordinatore della comunicazione delle Cucine Popolari)

‘Raining Stones’ racconta la storia della piccola Coleen che sta per fare la prima comunione; suo padre Bob, fervente cattolico e disoccupato, vorrebbe regalarle un vestito per l’occasione, ma ha grosse difficoltà a mettere insieme i soldi necessari all’acquisto. racconta così le sue interminabili peripezie per raggiungere l’agognato obiettivo e ritrovare la sua dignità di uomo e di padre. Premio speciale della giuria al Festival di Cannes, ‘Raining Stones’ è uno dei lungometraggi che ha consacrato definitivamente al successo internazionale Loach, uno dei registi più “politici” della scena cinematografica, narratore realista di storie che hanno come protagonisti proletari e sottoproletari, diseredati e vittime di ingiustizie sociali. ‘Raining Stones’, con tocchi anche di grande ironia, partendo da un pretesto minimale, diventa un formidabile affresco non solo della città operaia di Manchester (dove il film è ambientato), ma – più in generale – della condizione umana contemporanea.

«Sulla classe operaia piovono pietre sette giorni su sette», sentenzia con amarezza il suocero del protagonista, incitandolo altresì a non lasciarsi intrappolare dalle dottrine dei preti che leniscono le ferite dei poveri con le preghiere e la prospettiva di una vita eterna migliore di questa. In altre parole mettono oppio nel turibolo. Ma Loach, con uno scarto di prospettiva forse unico nella sua carriera – e tale da sconcertare non pochi critici – non solo mostra un prete solidale con i disoccupati: va oltre, e si avvicina al cristianesimo nella sua natura più profonda e mistica, realizzando un film che è una sorta di riflessione sull’Eucaristia. Non soltanto quella ufficiale della bambina che si prepara alla prima comunione senza forse aver capito un granché (all’inizio ripete a pappagallo le regole per la cerimonia; nel colloquio col padre dice preoccupata: «io non voglio bere il sangue di Cristo»), ma un’Eucaristia che si incarna nel vissuto dei povericristi senza lavoro che non sanno come tirare avanti nell’Inghilterra post- thatcheriana.

Molti osservatori si sono concentrati unicamente sul vestito nuovo della bambina, cui il padre tiene in modo esagerato. Persino il prete lo invita a non buttar via i soldi per queste cose, facendogli presente che i borghesi spendono molto meno di quanto voglia far lui. «I borghesi hanno vestiti nuovi tutti i giorni», è la replica di Bob, mentre ai poveri è dato di vivere la festa un solo giorno nella vita. Per cui giù a svuotare fogne e a rubare manti erbosi, fino a cadere nelle mani degli strozzini più implacabili. Ma questo è il côté sociale del film, quello per cui Loach è fin troppo celebre.

Esiste però un altro percorso che fa di Piovono pietre uno dei film più autenticamente religiosi degli ultimi anni, tale da essere letto come una sorta di calvario proletario, una sacra rappresentazione inconsapevole in cui si ripete oggi il sacrificio di Cristo. Non solo il racconto si apre con un montone “sacrificale” che non vuole nessuno (tutti mangiano l’agnello: il montone diventa così una vittima rituale “disoccupata”, come i protagonisti), ma si chiude con Bob che riceve l’Eucaristia mentre la polizia – miracolo! – per una volta non lo perseguita, e va cercarlo per restituirgli il furgoncino rubato. Quell’Eucaristia l’abbiamo vista consacrare per ben due volte nel film: l’ultima è quella liturgica, compiuta dal prete durante la messa; la prima, invece (e questo è il vertice spirituale della pellicola), avviene proprio da parte di Bob, mentre cerca di spiegare alla figlia il senso dell’ultima cena.

Sono a tavola, hanno appena mangiato fagioli e Bob prende in mano un pezzo di pane, poi un bicchiere di birra, e ripete, inceppandosi e imprecando, le parole di Gesù: «Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue…». È una catechesi rozza, improvvisata e confusa, ma che tocca il centro dell’annuncio cristiano: l’incarnazione. Bob in quel momento è Cristo, è il sacerdote e la vittima nello stesso tempo, è colui che scenderà negli inferi della disperazione, ma è anche l’uomo che risorgerà, dopo aver sconfitto il maligno. Nessuna deroga a una prospettiva di lotta di classe da parte di Loach: la preghiera da sola non porta il pane in tavola, questo è detto con chiarezza. Ma forse c’è la scoperta che in chiesa, oltre ai preti reazionari o progressisti, si trova anche un pane grazie al quale la classe operaia potrà andare davvero in paradiso.» – Marco Vanelli – Ken Loach. Un cineasta di classe, a cura di Gabriele Rizza, Giovanni Maria Rossi, Chiara Tognolotti – Edizioni Aida, Firenze 2004, pp. 117-119

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MARATONA HORROR d’autore | 31 ottobre

MARATONA HORROR d’autore | 31 ottobre

«Il tempo è un abisso profondo con lunghe infinite notti…»
[Klaus Kinski/Conte Dracula]

Il 31 ottobre si avvicina, e con esso la nostra #HORRORmarathonNIGHT! Lasciati guidare nelle atmosfere gotiche e lugubri del NOSFERATU di Werner Herzog e negli incubi dei protagonisti di NIGHTMARE, DAL PROFONDO DELLA NOTTE di Wes Craven al suo 35° anniversario, e festeggia con noi la vigilia d’Ognissanti con un piccolo break in chiostro tra un film e l’altro!

🎃 GIOVEDÌ 31 OTTOBRE 🎃 
▪️ore 20:00
⇨ NOSFERATU, il principe della notte [Herzog/1979] • #HorrorNight
Wismar, Olanda dei primi dell’800. Jonathan Harker (Bruno Ganz), agente immobiliare, compie un lungo viaggio in Transilvania per chiudere un affare con il Conte Dracula (Klaus Kinski). Giunto sul posto, Jonathan scoprirà che il Conte è un vampiro e verrà da lui imprigionato. Dracula parte alla volta dell’Olanda dove ad attenderlo c’è la moglie di Jonathan, Lucy (Isabelle Adjani).

▪️ore 22:00
⇨ piccolo break in chiostro

▪️ore 22:15
⇨ A NIGHTMARE ON ELM ST. [Wes Craven, 1984] • 35° Anniversario
La cittadina statunitense di Springwood è sconvolta da una seria di sanguinosi delitti: un assassino mostruoso e soprannaturale, Freddy Krueger (Robert Englund), bracca le proprie vittime nella dimensione dei sogni, recidendo le loro giovani vite anche nel mondo reale. Toccherà a Nancy (Heather Langenkamp) l’arduo compito di fermarlo.

singolo film: €6,00 – intera maratona €10,00
PREVENDITE acquistabili DOMENICA 27 OTTOBRE, dalle ore 17:00 alle ore 21:00, presso la biglietteria del Cinema.

CINEMA TEATRO BELLINZONA
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MADEMOISELLE (The Handmaiden) di Park Chan-wook

MADEMOISELLE (The Handmaiden) di Park Chan-wook

Non dimentichiamoci dei film che lasciano il segno!
Realizzato e distribuito nel resto del mondo nel 2016, solo due mesi fa è giunto nel nostro paese il film sudcoreano presentato a Cannes, premio BAFTA come Miglior Film in lingua non inglese, bellissimo racconto sull’inganno dal regista di OLDBOY.

Così, il 24 ottobre, alle ore 20:45, il Cineclub Bellinzona è orgoglioso di presentare Ah-ga-ssi (titolo internazionale The Handmaiden, o MADEMOISELLE come è stato chiamato in Francia e come si chiama da noi), l’ultimo film di Park Chan-wook. Né la calorosa accoglienza ricevuta a Cannes nel 2016 né gli ottimi risultati ai botteghini di tutto il mondo hanno incoraggiato una distribuzione tempestiva. Per fortuna grazie ad Altre Storie anche in Italia possiamo finalmente vedere quello che, a detta di molti, è uno dei migliori film del decennio.

• Giovedì 24 ottobre, ore 20:45 •
MADEMOISELLE [Ah-ga-ssi]
139 min. | Thriller Erotico | 2016 (Corea del Sud)

ingresso: €5,50/rid.4,50

Nella Corea degli anni ’30, durante l’occupazione giapponese, una ragazza (Sookee) viene assunta come ancella di un’ereditiera giapponese (Hideko) che vive in una grande tenuta di campagna con il prepotente zio (Kouzuki). L’ancella ha però un segreto: è una borseggiatrice. Reclutata da un truffatore che si finge un conte giapponese, Sookee deve aiutarlo a sedurre la signora per convincerla a fuggire con lui, derubarla delle sue ricchezze e rinchiuderla in un manicomio. Il film è ispirato al romanzo Ladra di Sarah Waters.

«Con ‘MADEMOISELLE – The Handmaiden’ il regista sudcoreano Park Chan-wook ritorna in patria dopo sette anni e la trasferta hollywoodiana del sottostimato ‘Stoker’, del quale qui rimane l’ombra lunga hitchcockiana, e decide di adattare il romanzo ‘Fingersmith’ (‘Ladra’ nella traduzione italiana), già oggetto di una miniserie BBC del 2005, opera della scrittrice gallese Sarah Waters, celebre per la sua reinterpretazione in chiave lesbica del crime novel vittoriano.

Nella trasposizione di Park cambia l’ambientazione: dalla Londra del 1862 alla Corea del 1930 sotto l’occupazione nipponica. La lente coloniale, col senso di inferiorità coreana che spinge ad assumere finte identità giapponesi e ad alternare le due lingue a seconda delle finalità da perseguire e dell’immagine da trasmettere, amplifica quello che è già un intreccio di false piste, gioco di apparenze e travestimenti, groviglio di ambizioni e tradimenti, aggiungendo un ulteriore strato di contraffazioni.» [Michele Favara, Gli Spietati – Rivista di cinema online]

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KES, il capolavoro di Ken Loach in versione restaurata

KES, il capolavoro di Ken Loach in versione restaurata

Al settimo posto nella lista dei cento migliori film britannici del XX secolo stilata dal British Film Institute. Il film preferito di Krzysztof Kieslowski. Un film immenso.

Giovedì 17 ottobre, ore 20:45
KES di Ken Loach
[Gran Bretagna/1969, 113′]
versione digitale restaurata
, supervisionata e approvata da Ken Loach e dal direttore della fotografia Chris Menges • lingua originale, sott. italiano
introduce: prof. Otello Ciavatti [Università Primo Levi, Bologna]
ingresso: €6,00

KES, il secondo lungometraggio di Ken Loach, giovedì 17 OTTOBRE, aprirà il percorso dedicato alla scoperta dei primi lavori del regista britannico che più di tutti ha saputo narrare degli ultimi, degli invisibili. Adattamento del popolare racconto di Barry Hines, ‘A Kestrel for a Knave‘, è la storia di un ragazzino che vive un presente miserabile in una piccola cittadina del nord dell’Inghilterra, vessato in famiglia e a scuola. L’unico orizzonte di senso si presenta nella fuga in una dimensione altra, i lunghi pomeriggi passati nei boschi ad addestrare un piccolo falco e nel supporto di un insegnante, Mr Farthing, che in lui intravede una sensibilità e una maturità incomprese.

SINOSSI
Il quindicenne Billy Casper (David Bradley) ha difficoltà di apprendimento a scuola, non è compreso dagli insegnanti, ha problemi con i coetanei e subisce le angherie del fratellastro Jud (Freddie Fletcher). Trova il suo riscatto umano quando cattura un falchetto, che ammaestra con dedizione e amore ma, per ripicca, l’animale verrà ucciso dal suo fratellastro.

«”Kes” é alle basi del neorealismo loachiano. Dopo aver realizzato una serie docu-drammatica in 10 episodi per la BBC, Ken Loach adatta il romanzo “A kestrel for a knave” di Barry Hines. Cerca gli attori a Barnsley, nello Yorkshire. Adotta David Bradley come Billy perché timido per natura, parla il dialetto dello Yorkshire e ha la corporatura simile a quella di un’uccello. Loach per non interferire con il gioco degli attori utilizza delle focali lunghe o medie.

Gli attori hanno ampio spazio per l’improvvisazione. La scena della partita di calcio nuoce al ritmo del racconto ma è stata montata perché autentica e in gran parte improvvisata. Loach non dà la sceneggiatura agli attori e quando Billy piange con “kes” morto tra le mani lo fa per davvero perché crede che gli hanno ucciso il suo falco. In verità Ken Loach aveva preparato due uccelli. I dialoghi sono spesso proposti in piano sequenza o in panoramica e molto poco in campo contro campo. Ken Loach non vuole nuocere ai legami autentici tra gli attori posizionando la telecamera tra di loro.


In “Kes” la scuola é rappresentata come il luogo di violenza istituzionalizzata. I maestri, volontariamente o no, ne sono i garanti. Da generazioni ereditano le stesse punizioni. Billy, ben sapendo l’avvenire nero che lo attende, trova rifugio in un falco, Kes, che gli dà la giusta emancipazione e libertà che non trovava nel rapporto con le persone. Kes gli dà un rapporto con gli adulti che prima non aveva. Dopo aver presentato il falco in classe, Billy é trattato bene. Il buon professore lo viene a trovare mentre addomestica Kes, il macellaio gli dà il cibo per l’uccello. Tutto gli va bene, fin quando il fratello gli mostra la cattiveria umana.


Kes indica la giusta strada da seguire nell’educazione. Il metodo educativo di Billy consiste nell’ascolto dell’uccello allora che l’educazione scolastica consiste nella punizione e nella normalizzazione. Ma il fratello non lo ascolta e l’uccide. La società che attornia Billy non ha capito la ricchezza dell’ascolto. Billy entra crudelmente nel mondo degli adulti.» [mymovies.it]

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AMANDA, quel giorno d’estate

AMANDA, quel giorno d’estate

«Un inno all’amore e alla sopravvivenza» [cinematografo.it]
Giovedì 10 ottobre, alle ore 20:45, il Cineclub Bellinzona presenta AMANDA (Quel giorno d’estate), il delicato racconto di Mikhaël Hers presentato a Venezia75.

AMANDA di Mikhaël Hers
Francia / 2018 / 106 minuti
vers. originale, sott. italiano

Ingresso: €5,50
Ridotto: €4,50 [Soci Coop, Studenti universitari, Metro-Polis, Asso-CorsoDoc, abbonati Arena del Sole, Alliance française]

David vive a Parigi, dove sbarca il lunario con piccoli lavoretti occasionali. L’unico contatto familiare è rappresentato dallo stretto legame con la sorella Sandrine e la nipotina di 7 anni Amanda, cresciuta senza un padre. Durante l’estate David incontra Lena, appena trasferitasi a Parigi, e tra i due nasce presto un amore. Quando tutto sembra andare per il meglio le vite di tutti vengono sconvolte da un attacco terroristico nel cuore di Parigi, nel quale Sandrine perde la vita. Oltre a dover affrontare lo shock e il dolore della perdita, David deve ora prendersi cura della giovane nipote Amanda e trovare, insieme a Lena, una nuova serenità per ricominciare, insieme, a vivere.

ospite: ALESSANDRO DALL’OLIO, Presidente della Cooperativa dello Spettacolo, TaG, Teatro a Granarolo

«La dolcezza dello sguardo di Hers riesce a mantenere della grazia in un soggetto così duro come l’elaborazione del trauma da parte di chi rimane dopo un attentato, che siano i feriti o i parenti delle vittime. Un film che inizia dove l’attenzione dei media si allenta, passando a raccontare qualcosa d’altro. Lo fa concentrandosi su un pugno di personaggi, senza scene madri o imposizione di pathos non richiesto. Un melodramma trattenuto, che sembra rendersi conto come la vita sia diversamente ordinaria, anche in seguito a eventi così distruttivi.

Al centro c’è David, diventato adulto da un giorno all’altro, alle prese con una nipotina con cui giocava quasi come un fratello grande. Riuscirà a prendersi la responsabilità di diventare padre acquisito, di crescere una bambina senza essere sicuro di essere veramente cresciuto lui in prima persona? C’è poi Lena, di cui è innamorato e che ha reagito all’attentato tornando dalla madre nel paese di provincia da cui proviene.

Tutto cambia, mentre intorno tutto sembra rimasto uguale, in una Parigi che da sfondo diventa protagonista aggiunto di Quel giorno d’estate. Una Parigi vissuta in lungo e in largo da David con la sua bicicletta: la Parigi delle ampie finestre fino al pavimento, da cui affacciarsi per fumare una sigaretta e fare due chiacchiere, dei tanti ponti e parchi, tutta sviluppata in orizzontale e da percorrere in bici. 

Quel giorno d’estate rimane ancorato al quotidiano, nonostante lo sconvolgimento di un evento così traumatico, mantenendo le emozioni in un’elaborazione del lutto intima, escludendo ogni ricaduta collettiva, se non all’interno del piccolo nucleo di personaggi che racconta. Il tutto senza negare la complessità di chi vive una sindrome post traumatica, fatta di piccole e grandi tristezze, di alti e bassi, di momenti di coraggio e altri di scoramento. Una vita in divenire qui rappresentata magnificamente da quel grande attore che è diventato Vincent Lacoste, accompagnato dalla dolcezza di una convincente Stacy Martin e della piccola esordiente Isaure Multrier.» [Mauro Donzelli, comingsoon.it]

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IL RAGAZZO SELVAGGIO di Truffaut compie 50 anni al Bellinzona

IL RAGAZZO SELVAGGIO di Truffaut compie 50 anni al Bellinzona

Giovedì 3 ottobre, alle ore 20:45, diamo inizio a uno dei cicli tematici di questa nuova stagione: IL MESTIERE DI VIVERE, il cinema e l’adolescenza. Il primo titolo, che quest’anno compie la bellezza di 50 anni, sarà L’ENFAT SAUVAGE (Il ragazzo selvaggio) di François Truffaut!

𝐋’𝐄𝐍𝐅𝐀𝐍𝐓 𝐒𝐀𝐔𝐕𝐀𝐆𝐄 (Il ragazzo selvaggio)
Francia / 1969 / 85 min / v. o., sott. italiano
dal libro “Les Mémoires et rapport sur Victor de l’Aveyron” di Jean Itard.Ingresso: €6,00
Introduce: IVAN CIPRESSI, Libreria di Cinema Teatro Musica

Estate 1798, alcuni cacciatori catturano, nei boschi dell’Aveyron in Francia, un ragazzo di circa dodici anni, che si aggira come un animale selvatico, mugolando, graffiando e mordendo. Il film è diretto e interpretato da François Truffaut, ed è ispirato a una storia vera. Il medico Jean Itard, figlio del secolo dei lumi, riesce a farsi affidare il ragazzino, rifiutando la tesi dei maggiori luminari, che lo considerano irrecuperabile. Il film basato sugli appunti originali del dottore, racconta in un magistrale bianco e nero, il rapporto, fra Jean Itard (interpretato dallo stesso regista) e il “ragazzo selvaggio” che ha assunto nel frattempo il nome di Victor. La sfida intrapresa dal medico per “educare il ragazzo” è trattata con un taglio rigoroso quasi didascalico, ma anche con uno stile poetico inconfondibile. Girato nel 1969 con un cast di attori protagonisti: François Truffaut, Jean-Pierre Cargol, Françoise Seigner.

«La storia del ragazzo cresciuto solo, allo stato brado, nelle foreste dell’Aveyron, in Francia e quindi catturato verso il 1800 e affidato al dottor Jean Itard, direttore dell’Istituto dei sordomuti, che ne fece l’oggetto di un esperimento pedagogico condotto secondo il più rigoroso metodo illuminista, viene raccontata nell’ultimo film di François Truffaut, Il ragazzo selvaggio. Come si può vedere nel film, l’esperimento ebbe un successo parziale. Giunto sulla soglia della coscienza, il ragazzo si fermò senza varcarla. È vero che la pubertà di Victor ispirò al dottor Itard la speranza di far fare al suo allievo il salto qualitativo dall’animalità all’umanità. Ma la morale impedì di affrontare questa fase decisiva dell’esperimento. Dice il dottor Itard nella sua relazione: “Non dubitavo che se si fosse osato rivelare a questo giovane il segreto delle sue inquietudini e il fine dei suoi desideri, se ne sarebbe tratto un vantaggio incalcolabile. Ma, d’altro lato… non dovevo forse temere di rivelare al selvaggio un bisogno che… l’avrebbe portato ad atti di una indecenza rivoltante?” Ahimè, illuminista ma non freudiano, Itard non ebbe il coraggio di spingersi in un territorio allora non solo sconosciuto ma anche proibito. Il trauma dell’infanzia (il ragazzo, dopo un tentativo di infanticidio, era stato abbandonato dai genitori nella foresta) non fu mai sormontato.

Victor, non più che semiumano, morì nel 1828. François Truffaut, di fondo illuminista come tutti i registi della nouvelle vague, non poteva non essere attirato dal tema del ragazzo selvaggio. Regista elegante, misurato, dalla mano leggera e dall’attenzione intelligente e delicata, Truffaut ha saputo recuperare nel suo film la parte migliore delle due relazioni del dottor Itard, vogliamo dire la generosa illusione illuminista mischiata a una inconsapevole pietà cristiana. Sarebbe stato facile fare di maniera un film d’epoca con una ricostruzione storica arguta e una lieve presa in giro di speranze e di credenze defunte. La gravità, l’ingenuità e persino la bontà di Itard vi si prestavano. Ma Truffaut ha evitato queste facilità e ci ha dato un film misterioso, tutto pervaso di un malessere e di un’amarezza che ne rendono penosa e poco “divertente” la visione. Sotto la storia semplice e lineare, affiora il dilemma; valeva la pena di fare di Victor un uomo? Non sarebbe stato meglio lasciarlo alla natura per niente matrigna che l’aveva salvato e allevato? A questa perplessità dobbiamo le cose migliori del film.

Da una parte le scene bellissime dei “ritorni alla natura”, con Victor che scappa di casa, che si lascia infradiciare beato dalla pioggia, che si aggira per i boschi nello splendore del plenilunio. Dall’altra le scene pedagogiche, con gli sforzi didattici di Itard e le ribellioni e le docilità patetiche del ragazzo. François Truffaut con Il ragazzo selvaggio ha fatto uno dei suoi film più belli. Alla bellezza del film contribuiscono certamente le due ottime interpretazioni del dottor Itard da parte di Truffaut medesimo e soprattutto di Victor da parte di Jean Pierre Cargol, un ragazzo scimmia di impressionante e pietosa verità.» [Alberto Moravia, da Al cinema, Bompiani, Milano, 1975]

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VOCI DAL SILENZIO – un viaggio tra gli eremiti d’Italia

VOCI DAL SILENZIO – un viaggio tra gli eremiti d’Italia

𝐔𝐍 𝐕𝐈𝐀𝐆𝐆𝐈𝐎 𝐓𝐑𝐀 𝐆𝐋𝐈 𝐄𝐑𝐄𝐌𝐈𝐓𝐈 𝐃’𝐈𝐓𝐀𝐋𝐈𝐀
Giovedì 26 settembre, alle ore 20:45, il Cineclub Bellinzona è orgoglioso di proiettare, alla presenza dei registi Joshua Wahlen e Alessandro Seidita, nell’ambito della programmazione del Festival Francescano 2019 e della rassegna ‘La Grande Luce – cinema e spiritualità’ promossa da ACEC Emilia Romagna, il documentario ‘Voci dal silenzio – un viaggio tra gli eremiti d’Italia’. L’INGRESSO È GRATUITO.

VOCI DAL SILENZIO
di Joshua Wahlen e Alessandro Seidita [ITA/2018, 53′]

Prodotto da Joshua Wahlen e Alessandro Seidita
In coproduzione con Arte Senza Fine
In collaborazione con Film Commission Torino Piemonte
Con il sostegno di Infinity e PdB
Media Partner: Italia che Cambia – Terra Nuova Edizioni

Frutto di un lungo viaggio lungo la penisola italiana, il documentario raccoglie al suo interno le storie dei nuovi eremiti italiani. Le loro testimonianze, costruite nel silenzio e nel raccoglimento, diventano un invito a prendere coscienza della responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri, di noi stessi e della natura circostante, suggerendo nuove strade e nuovi modi di abitare il mondo.

PREMI
2019 – Miglior Film Documentario, Sestriere Film Festival
2018 – Premio d’Eccellenza, Festival of Visual Cultures Prospe(c)tiva B.r.i.o.
2018 – 3° Premio Concorso Internazionale del Documentario Etnografico Vittorio De Seta
2018 – “LIFE” vince la call “Life” proposta da Infinity e Produzioni dal Basso

SELEZIONI UFFICIALI
– Sestriere Film Festival – Sestriere, Italia
– Religion Today Film Festival – Trento, Italia
– Dadasaheb Phalke International Film Festival – Mumbai, India
– Branson International Film Festival – Branson, Missouri, USA
– Diorama International Film Festival – New Dehli, India
– Festival of Visual Cultures Prospe(c)tiva B.r.i.o. – Campania, Italia
– Premio Vittorio De Seta – Castrovillari, Italia
– Festival Internationale del Cinema Povero – Ispra, Italia
– Rieti & Sabina Film Festival – Rieti, Italia
– Zlatna International Ethnographic Film Festival – Zlatna, Romania
– Festival International de Cinéma et Mèmorie Commune – Nador, Marocco
– Sandalia Sustainability Film Festival – Sardegna, Italia
– XXI CinemAmbiente – Torino, Italia
– XI EtnoFilmFest – Monselice, Italia

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